Il capitalismo, come concetto usato oggi nel dibattito politico, non esiste più—o almeno, non nella forma che la sinistra tradizionale continua ostinatamente ad attaccare. So bene che questa affermazione suonerà eretica, ma lasciatemi spiegare.
Quando parliamo di "capitalismo", lo facciamo spesso con un’ambiguità che sfocia nella superstizione: il "Sistema" viene personificato, come se avesse una volontà, un piano, una coscienza malvagia che guida la storia. Da qui al complottismo il passo è breve: "il grande reset", "le élite globaliste", "i poteri forti". È una narrazione seducente, ma profondamente fuorviante. E, peggio ancora, reazionaria.
Perché il "capitalismo" è un mito (e perché la sinistra dovrebbe abbandonarlo)
1. Il capitalismo non è un mostro, ma un processo storico
Il capitalismo è una morfologia sociale, non un’entità immutabile. Oggi parliamo di capitalismo cognitivo, capitalismo di piattaforma, capitalismo della sorveglianza. Sono logiche diverse rispetto alla manifattura del XIX secolo. Pensare che tutto si riduca a "padroni e operai" significa guardare Google con le lenti della fabbrica di Dickens. Ma l’algoritmo non porta il cilindro.
2. Marx aveva ragione su molte cose, ma viveva in un’altra epoca
Marx resta un pensatore essenziale, ma va letto storicamente. Il suo metodo, non i suoi esiti, è ciò che serve oggi. Interpretare la società del XXI secolo con lo stesso schema del "plusvalore" industriale significa tradire lo spirito stesso del materialismo storico. È come voler misurare una rete neurale con il calibro usato per una macchina a vapore.
3. L’anticapitalismo oggi è spesso reazionario
Molte narrazioni "antisistema" condividono tratti comuni con il populismo di destra: vittimismo, sospetto verso il sapere, rifiuto della complessità. Criticare la modernità in blocco, rifugiandosi in un passato idealizzato (la sovranità nazionale, il lavoro stabile, il partito di massa) non è rivoluzione: è nostalgia. È reazionarismo travestito da radicalismo.
E allora? Cosa dovrebbe fare la sinistra?
Abbandonare il feticcio del capitalismo come entità maligna, e analizzare invece le forme di potere effettive nel presente: algoritmi opachi, logiche di piattaforma, disintermediazione democratica, accumulazione per espropriazione digitale.
Smetterla con il culto del "nemico esterno": il capitalismo non è "fuori", è dentro le pratiche quotidiane, le architetture digitali, le metriche della performance.
Ripensare la giustizia sociale senza mitologie: non esiste un “ritorno” al welfare fordista. Esiste solo l’invenzione politica. Le categorie devono evolvere: da “lotta di classe” a “lotta per il diritto all’attenzione, alla privacy, alla stabilità nel mondo fluido della connessione permanente”.
Uscire dal paradigma apocalittico: la sinistra deve tornare a parlare di possibilità, non solo di catastrofi. Lamentarsi del "sistema" è facile; pensare alternative, più difficile. Ma è da lì che si riparte.
È ora di seppellire il feticcio del "capitalismo" come demone metafisico. Non per arrendersi, ma per ricominciare a pensare. Non serve più la sinistra che resiste a un nemico immaginario: serve quella che costruisce dentro le contraddizioni del presente. Perché il futuro non si combatte. Si plasma.
Nessun commento:
Posta un commento