sabato 7 giugno 2025

LUCIO AD MEMORIAM 15 ANNI DOPO – Dedicato alla morte indotta di Lucio Magri

Io non potrei farlo, mi manca il denaro. Se volessi chiudere i rapporti con questa vita piena solo di delusioni e sconfitte intellettuali e ideologiche, se volessi smettere di sopportare ogni giorno il dolore oscuro e immanente della mancanza di amore e sesso, NON POTREI FARLO. Non come ha fatto lui. Ma mi domando: solo davanti ad un precipizio o a un tubo del gas, oppure davanti alla bocca di una pistola noleggiata con gli ultimi spiccioli, avrei poi il coraggio di farlo? Oppure preferirei glissare adducendo la scusa che “bisogna lottare e non arrendersi mai” bisogna “credere e aver fede” che la vita è bella ed è “un dono”. Ammesso che siano scuse. Ho conosciuto decine di depressi/e nella mia vita, decine di esseri inchiodati ad una vita misera e senza luce, molti anche più giovani di lui: ho sentito il fiato gelido dell’inutilità delle idee e dei sogni sfiorarmi il viso…lo sento anche adesso mentre batto queste righe. Basterebbe prendere il laccio emostatico che ho sul ripiano, una siringa da 5cc di quelle che uso per le irrigazioni canalari e trovare con facilità la mia radiale superiore. Una specie di casa della morte fai da te. Questo post potrebbe essere un buon epitaffio, forse addirittura preferibile alle sue lettere agli amici perchè più correttamente impersonale e anaffettivo. Con una serie di pillole di potenza crescente in una bella stanza pulita con vista lago in Svizzera e i mille imbrogli burocratici già risolti dalla ditta specializzata è molto più facile. Sei meno solo! Ma non ho il coraggio di farlo in modo artigianale. Non riesco a liberarmi dall’idea dei miei ragazzi e del pessimo esempio che lascerei loro contraddicendo a tutta l’educazione sociale civile che gli ho dato. Non riesco a reggere all’idea della mia compagna tradita in modo definitivo e inappellabile, alla sua disperazione per i piccoli teneri e pochi gesti di tenerezza che ancora riusciamo a scambiarci. Io non sono lui. 
PS: Non riesco ad accettare la superficialità dogmatica con la quale si straparla di testamenti biologici, diritto alla morte, cliniche per l'eutanasia et etc..

Chi sono

Sono figlio della borghesia colta palermitana, cresciuto a pane e letteratura, ad urla e silenzi, a scirocco e nebbie lombarde, a Mozart e beat generation: per lungo tempo ho creduto che fosse possibile vivere tutte queste sinapsi senza strappare la tela della mia vita. E’ una menzogna.

Taccuino - non ho più nulla da scrivere

Io non ho più nulla da scrivere se non la mia scostante estraneità a molti pseudoconcetti cresciuti con l’erba della bassa e annaffiati dalle acque di un possibilismo sconsiderato. Non c’è alcuna alternativa miei lontani bloggers, torneremo alle città e alle valli sospettose l’una dell’altra e coltiveremo i dialetti perché non abbiamo saputo possedere la lingua tramandataci dalla nostra storia culturale. E dirò, finalmente fuori dai denti, che è inutile nascondervi e nascondermi il possente impulso oscuro verso l’estinzione: che splendida e sensuale amante! Rincorsa nei giardini di un’adolescenza solare, posseduta a scatti nella giovinezza inquieta, e amata con tutto me stesso, sì con tutta la forza del mio intelletto, in questo scorcio di inutile maturità. Battere queste righe è un vizio antico da cui non so liberarmi. Lo farò per te qui perchè l’armonia risponde a se stessa in un silenzio perfetto. La querula dimensione del commento e del rimando ad esso perpetua un rituale che rende risibile anche un’intuizione corretta, soltanto uno spirito elevato può arrischiarsi a tentarlo: nascere è umano, perseverare è diabolico. Pare che io lo sia diventato, ma l’eternità esiste e non è poi così sicuro che essa sia una liberazione o un fatto positivo; spesso appare ai miei occhi come un ripetersi ironico dei medesimi atteggiamenti mentali. Ho deciso di esplodere qui e adesso, senza educazione e senza altri limiti che non siano quelli del mio trapasso imminente ad altre dinamiche, altri sogni e, forse, altre sintassi. Qui sono io, non mi importa di nient’altro. Ci sono “nulla” imponenti in rete e non lo dico dall’alto di un’arroganza o presunzione di merito: i nulla sono talmente evidenti da non necessitare di alcuna spiegazione. Il comodo di un abbraccio apriori per non essersi spostati di una virgola dal target sociale e culturale di riferimento è qualcosa di ipnotico. Io amo per l’eternità tutto quello che non posso avere e resta lì sospeso in un divenire senza tempo. Soltanto l’amicizia mi dà il senso vero del duraturo, l’amore è un’altra cosa; alla fine ciò che sopravvive è l’egoismo di cui ci nutriamo ogni giorno e che sopravvive scandalosamente sia all’uno che all’altro. Esiste una sensualità nel proporsi per scritto che non ha nulla da invidiare a quella che vive nelle pieghe della carne, una febbre oscura e improvvisa che non viene dalle propaggini di un letto; io non ho intenzione di negarla e, se la incontro, riconoscendola mi abbandono a lei con sconsiderata fede. Certamente ho scritto molte cose sul confine tra misura e verità: sul blog questo è diventato un problema. Non voglio accusare nessuno se non altri che me stesso ma se il mio spazio di scrittura pubblica non diventa la dimora della mia libertà intellettuale, in mancanza di orpelli quali pubblicità e target di lettori da mantenere a qualunque costo, allora il mio Blog non ha motivo di esistere.

venerdì 6 giugno 2025

TUTTI SCRITTORI NESSUN LETTORE -

Il maggiore pericolo che si corre nell'affrontare l’argomento “scrittura” su un articolo di un blog sconosciuto, da perfetto sconosciuto (siamo tutti così), è quello di apparire saccente. Invece io vorrei dire alcune cose da lettore e basta: certo un lettore con una certa pratica di scrittura e molti anni di rete sulle spalle. La scrittura è comunicazione a parer mio, trasmissione di concetti, esperienze, emozioni. Non c'è modo più elevato di conservare la propria traccia esistenziale nel tempo della scrittura. L'esercizio "libero", come quello esercitato qui per esempio, è importante certo ma poi entrano in gioco altri fattori e non sempre essi sono quantificabili e prevedibili. Dipende per es. dalla cultura personale di chi scrive e di chi legge, dall'abitudine alla lettura di qualcosa che superi le tre righe dei social. Ma la scrittura, a qualsiasi genere letterario si rivolga, è soprattutto una liberazione per chi la produce e un'avventura per chi ne usufruisce. Non c'è una cifra stilistica sempre uguale da riferimento, vi sono testi che pur essenziali e nudi entrano dentro immediatamente, altri ben costruiti e "nobili" che restano irrimediabilmente fuori. Quello che mi dà più fastidio nei testi che affronto da lettore è la forzata e snobistica presunzione di voler essere a tutti i costi "di tendenza", di volersi inserire in una cerchia ristretta da elite culturale….pur di raggiungere questo scopo ho letto testi inguardabili, astrusi, fumosi e pieni di spocchia salutati con grandi applausi da una cerchia ristretta di aficionados di quel blogger. Il web è pieno di esempi simili, all’inverso testi bellissimi, luminosi e originali fanno la muffa in certi blog dove trovare un commento e un lettore è una rarità. D’altronde nella letteratura ufficiale conosciamo esempi perfetti di scrittori o poeti quasi sconosciuti che hanno lasciato una traccia indelebile nell’animo del lettore pur senza avere nulla delle cose che oggi fanno un caso letterario di un libro. Ci sono decine di titoli in libreria che hanno come autori il politico di turno, l’attore, l’attrice, l’anchorman, il giornalista che improvvisamente vengono omologati al rango di scrittori ma ne sono lontanissimi. Un libro se è buono entra, ti obbliga a riflettere. E ti porta via.

IN CORO -

La stanchezza è il segno della mia permanenza qui, una condizione rinvigorita ogni volta che sfoglio le pagine virtuali dopo aver abbandonato per la stessa ragione quelle cartacee. 
Il web ribadisce la stessa uniformità di atteggiamenti culturali e mentali dei media ufficiali e il medesimo ostracismo per coloro che sono fuori da QUEL CORO in specie. C’è un silenzio (inconsapevole?) che aleggia sul ronzio diffuso di questa gran macchina che si è messa in moto da una ventina d’anni; internet docet, il nuovo libro sacro figlio della gran madre comunicazione imperversa sui nostri sensi. Il ronzio copre l’enorme massa di utenti, li ipnotizza e li seduce: infine su qualsiasi argomento diciamo tutti la medesima cosa. E’ la nostra felicità, il nostro rifugio e la nostra difesa dal cancro del dubbio. Nonostante l’immanenza di alcune problematiche e la loro continua presenza nel nostro orizzonte comunicativo e culturale io non leggo mai un’analisi seria sulle differenze culturali in divenire tra islam e cristianesimo per esempio. Non leggo mai un riflessione attenta sulla condizione femminile nella gran parte dei paesi musulmani riguardo a istruzione, sanità, diritti civili, famiglia etc etc. Non leggo mai di attentati, armi e sangue con il loro codazzo di insulse giustificazioni, a causa di blogger che mettono il Papa all’indice in prima pagina sui loro blog, di prese di posizioni dure e violente per le centinaia di fedeli cristiani massacrati in Africa o di buddisti uccisi dal governo cinese in Tibet. 
Sono certo che anche voi leggete di altro. Il banner con la scritta “Cave Papam” è scomparso definitivamente dall’ascesa al soglio pontificio di Francesco I e le attenzioni sono semmai puntate sul nuovo corso ideologico- teologico del Vaticano: non c’era da secoli una benevolenza così forte nei confronti di una fede che non fosse quella islamica. Però in un simile idilliaco contesto un regista in Olanda (la civilissima e libera Olanda) può essere scannato per strada a causa di un film sulla schiavitù femminile nell’islam, l’ambiente intellettuale di una sinistra dominante in campo culturale non fiata sull’abominevole condizione sociale della donna nei paesi a prevalenza musulmana. Tutti zitti, defilati e silenziosi oppure pronti a giustificare in mille modi questo tipo di situazioni. Tutti e tutti i più intelligenti e progressisti, tutti quelli e quelle che per decenni hanno fatto in Europa un chiasso inimmaginabile contro il Vaticano, i preti, il cattolicesimo, la Fallaci. Pare che gli unici orribili testimoni di un maschilismo schifoso e criminale siano rimasti gli europei post- cristiani (perché il cristianesimo sta scomparendo se non lo avete capito); per tutti gli altri sono pronte decine di perfette giustificazioni etnico sociali, approfondite analisi storiche per le quali e con le quali la condizione femminile nell’Islam non è poi tanto peggiore da altre simili sul pianeta! Un applauso a questo escamotage è il minimo. 
Ma io credo che un rogo è un rogo, una lapidazione è una lapidazione, l’impossibilità di adire a una scuola ad un medico per una ragazza, l’obbligo di vestirsi in un certo modo, di non poter uscire se non accompagnata da uno stretto congiunto, la sottomissione insomma completa alla figura maschile di riferimento, siano questioni che attengono ad un solo ineludibile concetto: la schiavitù! La libertà di leggere e informarsi senza rischi per la propria incolumità non ha un colore politico e non può averne neppure uno religioso, non in occidente dove da secoli si consuma lo scontro tra laicismo e religione. Certo i fatti di Charlie Hebdo hanno una valenza particolare, in essi il germe della mancata misura e del rispetto vi ha preso piede ma la stessa ferocia sarcastica nei confronti del cristianesimo in generale e dei suoi rappresentanti non mi risulta che abbia mai indotto nessuno a commettere stragi. Come potremmo analizzare la cosa? I musulmani hanno una fede più vera? Hanno un dogmatismo naturalmente portato verso estremismi cruenti? I cristiani sono solo degli ipocriti o, nel migliore dei casi, delle semplici animelle? Personalmente invece di ascoltare o leggere le improbabili minchiate del rappresentante dell’islam di turno vorrei vedere un confronto aperto con un cardinale o un teologo cristiano. 
Mi farebbe piacere ascoltare l’opinione schietta di una donna di sinistra magari con una storia di femminismo e liberazione femminile alle spalle su questi argomenti. Utopie, solo desideri incompiuti, i media suonano tutti la stessa musica. E dopo aver ascoltato la sua opinione vorrei osservarne i gesti conseguenti. Una donna occidentale non può in alcun modo favorire il diffondersi della cultura islamica sulla sua terra, è una cosa folle e senza senso che contraddice alla dignità sia personale che di genere. Una donna occidentale può benissimo criticare aspramente i libri della Fallaci ma non può seguire il sentiero che la conduce al suo annullamento come essere umano per ridurla solo a oggetto di piacere riproduttivo. 
A me sembra un discorso di una chiarezza disarmante…evidentemente mi sbaglio. Non mi nascondo che la mia possa ritenersi un’idiosincrasia o un blocco mentale ma devo comunque tenerne conto perché a tutt’oggi l’atteggiamento dell‘islam nei confronti della cultura generalmente intesa (letteratura – musica – pittura – etc etc) non l’ho mai digerito. Lo stesso dicasi per quello sul mondo femminile. Non sono mai stato l’uomo che è capace di sorvolare nell’ambito di “più ampie e nobili prospettive”, nelle assemblee e nelle discussioni di una vita non digerisco la propaganda, l’ideologia pelosa e fine a se stessa, le adunate oceaniche e i trend di stagione. Amo il confronto senza remore e la reciprocità. Quest’ultima alla fine è diventata un handicap insormontabile per abbracciare in toto le idee che la sinistra in generale porta avanti da 30 anni nel mondo. 
Non mi è possibile leggere o ascoltare discorsi sul confronto o scontro di civiltà provenire da pulpiti capziosi e scorretti intellettualmente; non posso più ascoltare la negazione di fatti evidenti o della logica più banale. Io NON amo la cultura occidentale che mi ha generato con i paraocchi e so bene quanti roghi si sono accesi nel vecchio continente dal medioevo in poi: io non voglio ritornare a quella stagione dell’umanità, voglio leggere tutto e di tutto, voglio continuare ad ascoltare la musica del vecchio e del nuovo continente, voglio ammirare senza vergogna i maestri del rinascimento italiano, commuovermi davanti ad un Tiziano o un Raffaello o un Caravaggio o davanti ad un cupola del Bernini. Voglio che il frutto dell’intelletto umano che ha prosperato e si è diffuso su questo mondo continui ad illuminarlo e non accetterò mai per convenienza politica o ideologica il mercimonio e la sudditanza nei confronti di altre culture. Io rispetto non per patito preso ma per analisi e riflessione. La convenienza non ha mai fatto per me sui blog e fuori.

mercoledì 4 giugno 2025

LA REPUBBLICA FRANATA SUL LAVORO -

Trentacinque anni fa non avrei mai scritto così, trentacinque anni fa leggendo il passato vedevo il presente e, pur con qualche dubbio, me ne compiacevo, era un’altra Italia, un incedere diverso sulle strade della vita, un modo ormai sconosciuto di affrontare ciò che viene comunemente detto il “retaggio del passato”. 
Fu un’eredità difficile e scomoda: perdemmo una guerra in cui mai avremmo dovuto entrare e lo facemmo con un armistizio separato semplicemente ridicolo diventando da un giorno all’altro alleati dei nostri avversari e viceversa. Una cosa inaudita, un bizantinismo furbetto che ancora pesa sulla nostra reputazione in campo internazionale. La guerra tracimò in una sanguinosa guerra civile, misconosciuta e negata per molti decenni in seguito, la guerra civile non poteva che lasciare ostilità e feroci risentimenti da una parte e dall’altra. Il referendum fece quel che poteva e mostrò palesemente la spaccatura che divideva il paese in due. Erano le notti tra il 2 e il 3-4 giugno 1946: Referendum Monarchia- Repubblica, spoglio finale: Monarchia 10 milioni e 362 mila voti, Repubblica 12 milioni e 182 mila voti. Sorvoliamo sulle questioni dei brogli elettorali, sono ormai superate ed inutili: meglio osservare piuttosto la grande differenza fra le due Italie uscite più o meno a pezzi dal conflitto e dai due anni di diversissimo destino storico e sociale. Un regno del sud dove una monarchia da barzelletta attese il compiersi degli eventi senza eccidi, né sangue né resistenza. Un Nord occupato da tedeschi, angloamericani e repubblichini, dilaniato da una tragedia bellica e sociale su cui ancora ci si ostina a sorvolare. Il sud votò compatto per la monarchia, il Nord per la repubblica. 
Se dovessi guardare all’atteggiamento tenuto dai Savoia ritengo che più di 10 milioni di voti siano una vergogna, se invece dovessi riflettere a questi primi 60 anni di regime repubblicano non posso fare a meno di pensare che più di 12 milioni di voti siano stati malriposti. In ambedue i casi non vedo cosa ci sia oggi da festeggiare, infatti la gente fondamentalmente se ne frega: forse che non sia stata adeguatamente educata? O forse la quantità di menzogne e mezze verità è stata negli anni tale da annichilire anche gli spiriti più battaglieri. La storia ha sempre dimostrato che al di là delle intenzioni più radicate o bellicose vi sono poi dei cambiamenti che si impongono fisiologicamente come fossero emanazione di un destino sociale e umano non governabile: la stesura della nostra carta costituzionale fa parte di questi eventi. 
Era il 22 dicembre del 1947, la Magna Charta che regola il nostro paese fu votata con 453 voti favorevoli e solo 62 contrari, una maggioranza senza discussioni. Una grande e fortissima ossessione ne condizionò la nascita e la stesura: quello che era accaduto nei trentanni precedenti e vorrei ben dire! Non so quanti di voi abbiano mai riflettuto che questa Carta che ci regge da 70 anni è stata partorita dalle due forze che più si distanziarono dalla nascita dell'Italia Unita e cioè il cattolicesimo e il marxismo. E' inutile siamo un popolo di originali a oltranza. Resta comunque il fatto che nei 600 costituenti c'era un unico e solo desiderio sopra a tuttI : impedire la nascita di un nuovo fascismo! La procedura con cui si formò la Costituzione è fu l’esempio perfetto di come complicare le cose sia per l’oggi che per il domani: dai 600 costituenti si estrapolò una commissione più ristretta di 75 persone a sua volta suddivisa in molte sottocommissioni specifiche per la redazione delle varie parti da cui era formata, una specie di sistema windows con meno precisione però. Cito Piero Calamandrei e mi tolgo dall'imbarazzo: " Quando si arriverà a montare questi pezzi usciti da diverse officine potrà accadere che ci accorga che gli ingranaggi non combaciano e che le giunture del motore non coincidono: e potrà occorrere qualche ritocco per metterlo in moto." 
La cosa più evidente e voluta, fu la creazione delle premesse per una debolezza congenita del potere esecutivo: questa impronta di parlamentarismo certe volte fine a se stesso e esasperato ci ha portato alla situazione odierna, partitocrazia e lottizzazione. La giungla di leggi e leggine, la lentezza biblica e irritante di certe decisioni e il ritardo cronico dell'iter legislativo sono esattamente lì, dentro quella Costituzione che appena dici di voler toccare salta in aria assieme ai suoi difensori ad oltranza. Negli anni in cui questa cosa fu organizzata andava fondamentalmente bene ai due attori principali, Dc e Pci e si capisce perchè: la Dc capiva che con una Costituzione così il fronte popolare avrebbe avuto più di un problema a fare il gran ribaltone (quello per cui i partigiani comunisti si erano battuti tra il 44 e il 45) il Pci perchè sapeva che una democrazia debole la puoi infiltrare e inquinare più facilmente. Ambedue si sono divertiti finora a castrare l'esecutivo facendo pensare alla maggior parte degli italiani che il voto è fondamentalmente una presa in giro cioè esattamente quello che è. 
Francamente nemmeno il modo in cui è scritta mi piace: qual’è il significato dell’assioma iniziale "è una Repubblica fondata sul lavoro"? C'è un tanfo retorico condito anche da un che di minuziosamente notarile da lasciare quantomeno perplessi, una smania di voler regolare e controllare tutto col risultato in 60 anni di non riuscire a regolare e controllare quasi niente. Adesso c'è anche l’ingresso in partita della Comunità europea e mi sembra che tutto il gioco sia diventato pleonastico. E’ da scartare ogni cosa? Non c’è alcun momento da salvare nel lavoro delle menti che scrissero la Costituzione? Non mi sento di pronunciare una condanna senza appello, il testo del 47 in alcuni punti è di una nobiltà luminosa, forse troppo poco concreta e sognante un’utopia impossibile da realizzare ma vi sono situazioni nelle quali non puoi giocare al ribasso e partire da posizioni mediocri, il contratto sociale di una repubblica nascente fa parte di questo tipo di situazioni. Però a distanza di anni e nel confronto con la realtà quotidiana di oggi non è possibile nascondersi che questa costituzione risulta lacunosa e contraddittoria su molte cose e soprattutto è INTERPRETABILE! La Corte Costituzionale ha dato nel tempo sugli stessi articoli interpretazioni varianti a seconda dei tempi e delle occasioni, a me non sembra che ciò garantisca qualcuno. Gli articoli sciorinati uno dopo l’altro e tutto l’insieme hanno il profumo inconfondibile di una naftalina pretenziosa: si cerca di far combaciare idee politiche, sociali ed economiche francamente inconciliabili tra loro, una sorta di amalgama tra liberismo e socialismo, tra metafisico sociale e anarcoide e realismo parruccone perbenista. 
Mi dispiace per Roberto Benigni ma certe cose vivono solo nell’atmosfera rarefatta di uno studio televisivo. Chi ha detto che non si possa rileggere con attenzione questa legge fondamentale per il Paese? Ipotizzarlo è scandaloso? Vi sono due modi per approcciarsi a dei testi “sacri”, in entrambi i casi serve cultura in senso stretto e in senso lato: puoi beartene come se da essi emanasse un effluvio divino oppure guardarli con la medesima severità con la quale furono scritti. E affrontarli una volta per tutte! Ho letto in questi giorni molti testi in molti e diversi blog, l’argomento difesa della nostra Costituzione era discusso con dovizia di particolari e retorica: i testi fondamentalmente erano tutti uguali, tutti meravigliosamente sofferti, lungimiranti…democratici e propositivi per una spinta a ritrovare le proprie radici sociali di libertà e giustizia. Sono diventato epico anch’io come vedete. Cito: ” La Costituzione della Repubblica Italiana è la legge fondamentale dello Stato italiano, ovvero il vertice nella gerarchia delle fonti di diritto, e fondativa della Repubblica italiana. Approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947, fu pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 298, edizione straordinaria, del 27 dicembre 1947 ed entrò in vigore il 1º gennaio 1948.” DA WIKIPEDIA. 
Invidio molti di voi al punto di aver pensato spesso in questi ultimi anni di essere pronto per un ospedale psichiatrico o una struttura per disturbati mentali: se la mia posizione è così difforme dalla generalità del mondo con cui mi confronto, se la mia sensazione di fine contrasta in modo tanto brusco con la positività di crescita e miglioramento che ho letto da voi... se infine, intellettualmente, la genesi storica che ha portato alla Costituente è da me valutata in maniera completamente diversa dalla vostra mi sembra di poter dire che o ci hanno dato testi diversi, o viviamo in nazioni differenti o io sono appunto uscito di senno. Considerate i primi 4 articoli della costituzione: Art. 1 L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Art. 2 La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Art. 4 La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Sono solo i primi quattro dei dodici FONDAMENTALI, andate a leggerli e leggetevi attentamente anche gli altri; poi in silenzio considerate il presente in cui vivete, considerate i settant’anni anni trascorsi dalla firma del prof. De Nicola. Dopo a mio parere, qualunque sia la vostra età, dovreste provare almeno un senso di profondissimo smarrimento. Praticamente nessuno degli obiettivi proposti con tanta pensosa saggezza e serietà è stato raggiunto e mantenuto, la Repubblica Italiana è franata sul primo, basilare principio fondante, il lavoro! Per pietà tralascio la considerazione di altri importantissimi punti, l’art. 5… il 7…il 9 (a leggerlo oggi è una barzelletta!); L’unica cosa che è riuscita perfettamente ai padri costituenti è quella di aver creato un sistema che rende impossibile legiferare in tempi normali e adeguati alle necessità contingenti. Il testo per intero, dalla fondazione sul lavoro ai patti Lateranensi, dalla promozione della cultura e dell’arte al bicameralismo perfetto è solo una pena infinita. Essa recita in modo chiaro che questa Repubblica è abortita alla nascita e assieme ad essa anche lo spirito di nazione cui ufficialmente aspira. La festa del primo maggio 2016 con una disoccupazione giovanile ai massimi storici, una crisi asfissiante, l’impossibilità per la quasi totalità del ceto medio- basso di adire ad un minimo di tranquillità economica, la caduta verticale dell’imprenditoria, del commercio e dell’artigianato, con intere regioni meridionali dalle terre abbandonate, con un decadimento assoluto di prospettive sociali e etiche, la festa è giornata di lutto! Io non ho alcuna intenzione di abbandonare la terra dove sono nato, non potrei sopravvivere con questa ulteriore angoscia nel cuore. Ho letto in questi giorni in molti siti la citazione di ampi stralci del discorso di Calamandrei ai giovani della società umanitaria di Milano nel gennaio del 1955; le sue frasi sono state sbandierate come un vessillo vincente e inoppugnabile di prosperità e futuro partendo dalla base storica dei fatti della Resistenza cui mezza Italia non partecipò. 
Ecco io sono stanco di discorsi memorabili, di contorsioni storiche per adeguare il proposito enunciato alla sua mancata attuazione. Sono stanco di questo paese e di molti suoi orpelli (anche la blogosfera lo sta diventando) sono stufo e nauseato anche di aver scritto quello che state leggendo. Io non ho praticamente più nulla cui attaccarmi ma non so come, rimango italiano: così come leggete, senza una vera speranza, con una tastiera, la lingua che conosco e tutto il resto. Sarò franco: per questa Repubblica ho ormai un interesse molto limitato, è andato progressivamente decrescendo negli ultimi 20 anni e recentemente si è ulteriormente ridotto. Non è solo una sensazione di “pelle” che basterebbe comunque perchè è mia ed è sincera, al suo interno ci sono motivazioni sociali e storiche che io a quasi 65 anni d’età non posso per coscienza disattendere. Vi saranno ovviamente le celebrazioni e i discorsi consueti. LE SOLITE COSE. Completamente scollate dentro l’animo della gente, a Sud come a Nord, dalle vicende e dai desideri reali di coloro che abitano e vivono in questa penisola. I nostri rappresentanti(?!) in Parlamento celebreranno un paese che non c’è. Una nazione divisa e costruita sull’inganno e su falsi storici perpetuati sino al ridicolo, una Nazione che cerca da 150 anni di proporsi come unita ma che si sta sfaldando di giorno in giorno inseguendo un mito federalista che copre male il reale desiderio di andare ognuno per i fatti suoi. Dovrei aprire un altro Blog per parlarne come si deve ma sono stufo di tutto, anche delle chiacchiere in rete e poi massacrare un sogno non è il mio sport preferito. 
Io sono certamente vecchio ed inadatto al veloce e pulsante mondo del blog, che infatti mi sta sempre più velocemente espellendo per la seconda ed ultima volta, però ero legato a figure di classe e compostezza diversa. Rispetto la scrittura perchè meno effimera e trasformista della parola e spero che di molte cose scritte nel tempo non si perda il senso e la memoria sia che esse vengano vergate sulla Costituzione di uno stato nascente o sulle pagine di un testo sacro o su quelle virtuali di un blog. Me la tengo stretta questa speranza, essa sta diventando un trastullo per pochi intimi.

martedì 3 giugno 2025

Però in certe mattine silenziose e assenti come questa, quando apro la mia pagina mi sento pulito; non devo dire a nessuno da dove vengo e dove mi dirigo. Quello che ho scritto mi sta davanti ed io lo guardo con grande serenità. Svaniscono le discussioni, le incomprensioni, gli asti, resto io solo e pulito, senza alcuna altra specificazione. Enzo, così com'è.

lunedì 2 giugno 2025

IL SALE DELLA TERRA

Il primo testo scritto composto dopo lunghissimi mesi di silenzio. Non è neanche un omaggio a Tancredi ( Alain Delon) e a Angelica (Claudia Cardinale): semmai dovrebbe esserlo a Burt Lancaster, il più incredibile perfetto vecchio siciliano mai interpretato da un non siciliano. Il testo è solo uno sfizio - omaggio a me stesso scrivente dopo un periodo di lungo e enorme tedio in condizioni obiettivamente scomode. Quando, stasera, mi toglieranno l'ago della flebo attaccato alla vena radiale sinistra, se ne avrò la forza trascriverò queste righe scritte con lo smartphone anche su altri blog. Adesso basta così. 

Non è solo una questione di sintassi (esemplare) e nemmeno di lingua intesa come armonia e scelta di termini adeguati. Esiste una sorta di DNA atavico, trasmesso forse di generazione in generazione, arricchito e educato da frequentazioni familiari di livello elevato a spingere verso una scrittura di qualità ma tutto questo non basta in letteratura. C'è una grande componente che riguarda la storia, i suoi interpreti, i luoghi, i momenti che coagulano in modo particolarissimo in una breve stagione ma nemmeno questo basta a creare un capolavoro. La sintassi, la storia e la lingua definiscono, esaltano in alcuni casi, la letteratura ma l'eccezionalità nasce da un parto imprevedibile; in Sicilia è necessario aggiungervi una buona dose di elitarieta'. 
Il Gattopardo è un monumento solitario, niente prima e assolutamente niente dopo, per un lungo tempo. Il romanzo ebbe una gestazione non troppo lunga, una composizione abbastanza breve vissuta tra i panorami urbani di una Palermo sfigurata dalla guerra e una villa parentale affacciata sul Tirreno in cerca di solitudine. Soltanto un genio del cinema poté pensare di affrontarne una versione cinematografica che non ne sfigurasse il senso profondo di cupio dissolvi che aleggia ovunque. Visconti chiude il sipario qualche anno prima della morte del principe Salina, alla fine del gran ballo a palazzo Ganci: una scelta intelligente e ineludibile. Il collasso di una generazione e di un'epoca non poteva essere meglio rappresentato: un vecchio aristocratico che attraversa un quartiere fatiscente, si inginocchia davanti al divino e chiede tra le lacrime un appuntamento con la vera e personale fine in una dimensione di "perenne certezza". 
Non è solo una prospettiva diversa dalla storiografia ufficiale delle vicende che portarono il sud a fondersi con i Savoia piemontesi, è un'analisi spietata della metafisica isolana. Ma l'alito esistenziale di un sud antico non è stato quello che ha impedito a un testo magnifico di diventare oggetto di studio e diffusione scolastica. Un paese che ancora stenta a definirsi " nazione" non avrebbe mai potuto portare agli altari un libro che è la negazione di fatto della retorica risorgimentale. A rileggere e rivedere oggi certe sequenze del film di Visconti la frattura tra le italie e gli italiani appaiono evidenti. Non è il Gattopardo un libro educativo nel senso comune della parola. Fra le pieghe di antiche stanze, di mai sopiti ardori erotici, di eterne mediocri scappatoie che conducono a democratiche scelte popolari, di lunghissimi silenzi bruciati dal sole dei latifondi resta infine la consapevolezza che tutto e tutti, leoni e iene, generali e colonnelli, principi e campieri, coloro che sempre si considerano " il sale del mondo" tutti infine trovano pace in un mucchietto di polvere livida sotto lo sguardo senza emozioni di Concetta Corbera. 
Sarà lei l'unica protagonista nascosta di una Sicilia troppo stratificata e complessa per essere definita?