venerdì 21 febbraio 2020

IL FOYER DELLA SCALA -

Ancora una volta mi chiedo dove sta il segreto, dove si nasconde la logica imperiosa ma sottile che dirige le nostre vite: lontane e separate all’apparenza, distanti nei modi e nei tempi, segretamente intrecciate nei moti dell’anima e del cuore. Quante parole ho pronunciato in questi ultimi anni, quanti sogni interrotti hanno ripreso forma, quanti dolori nuovi si sono aggiunti a quelli antichi? E’ terribilmente vero, madre, che non esiste una perfetta felicità, che nel piacere di ritrovarti assumo ogni giorno la mia dose di dolore. Confronti e paragoni sono micidiali, per entrambi; soffriamo ciascuno a suo modo e terminiamo ogni volta le nostre corse sul medesimo patibolo. Questo ci rende più vicini? Francamente non lo so, ma è proprio questa la forza travolgente del sentimento che mi lega a te, la capacità di mettere in discussione tutto, di aprire prospettive nuove e diverse… di non dare mai nulla per scontato o dovuto. So bene che non ci si arresta subito, me lo hai insegnato nel tempo: qualche anno scivola via per inerzia, qualche altro per distrazione. Resta la sorpresa, l’inconfessabile abitudine di considerarsi sempre altro. Sarebbe stato diverso se i nostri giorni avessimo diviso assieme sino allo sfinimento che pare prima o poi tutti ammala? Se quel pomeriggio non mi avessi detto:” Enzo, vieni di là a vestirti.” E a me che ti guardavo incuriosito non avessi spiegato che era il tuo compleanno e che era quindi normale farmi un regalo. Certo non ti chiesi, allora, il significato di quell’apparente contraddizione, non te lo chiesi mai. Uscimmo assieme nella sera nebbiosa di Milano ma ero io a tenerti per mano e avevo solo undici anni. Eri bellissima, tranquilla ed elegante: guardavo le tue gambe e il passo da donna contrapposto al mio da bambino, volavi leggera mentre io respiravo rapido. Il foyer della Scala ci accolse caldo e luccicante mentre io stavo ancora racimolando i miei pensieri sparsi per strada. “Voglio presentarti una persona speciale, credo che adesso tu sia pronto” – Poi con una leggera spinta mi invitasti a entrare nella sala; ti guardavo un po’ complice e un po’smarrito. Sorridevi. Nel brusio dei velluti rossi delle poltrone guardavo il grande sipario che chiudeva la mia visuale sul mondo e tu m’invitasti con lo sguardo a non far dondolare le gambe che non coincidevano col pavimento: “Composto, Enzo, stai fermo e composto. Preparati ad ascoltare e capire”. Non è vero che i maschi s’innamorano della madre e la cercano poi per tutta la vita nelle altre donne; dopo venti minuti io ero perdutamente innamorato della giovane pianista che tirava fuori dallo strumento l’anima e la spiegazione delle cose…alla fine del concerto compresi che non avrei mai rinunciato alla musica come amante. Chissà se tu avevi previsto anche questa piega della serata: mamma diventai da allora il libertino malinconico che sono oggi, è il regno che tu hai scelto per me e io non posso fare altro che accettarne l’incoronazione, sovrano dell’inutilità, principe di un alito di vento e di un sorriso.

NUMERO CIVICO 28 -

Infilò la chiave nella toppa senza alcuna esitazione, aveva esitato abbastanza nelle ore precedenti. Il palazzo lo conosceva bene, anche troppo, non ci entrava da quasi un anno, cioè dalla morte di sua madre; ogni tanto uno sguardo alla facciata passandoci davanti con la macchina quasi fosse un gioco, sciocco o macabro non si era mai risolto a definirlo. 
- Dottore deve farmi un inventario delle cose presenti nell’appartamento mi scusi, serve per avviare le pratiche di successione, lo sa.
- Lo so 
- Quindi se non le dispiace visto che le feste sono finite e anche la befana è trascorsa… 
- Quale befana? 
- L’epifania dottore, l’epifania 
- Ah, la manifestazione intende, la rivelazione 
- Come scusi? 
Lo sapeva perfettamente, in certi momenti era assente, con i suoi pensieri ciondolanti in un altrove personale di cui non importava mai niente a nessuno. Nemmeno a sua madre? Beh forse a lei qualcosa importava ma lei sapeva prenderlo, almeno fino a qualche anno prima. Quanti? 
- Dottore perdoni, mi ascolta? L’inventario le dicevo che ne ho bisogno per… 
- D’accordo. Ci vado domani e le faccio sapere. Click! 
Perché era sempre così brusco in certe situazioni e così incerto in altre? Non dipendeva dall’importanza obiettiva dell’argomento ma dal suo sentire intimo. Che non conosceva nessuno. Così era diventato da tempo un uomo strano e insopportabile tout court, imprevedibile o troppo scontato in certe sue alzate di testa senza “validi e comprensibili” motivi. Nulla era cambiato nelle stanze della sua adolescenza e in quelle dell’appartamento che stava visitando e questo non gli piaceva. Avrebbe dovuto sentirsi in qualche modo confortato, protetto da solidi principi radicati nel tempo ma non era così. La sua vita aveva preso una direzione diversa appena entrato nella prima giovinezza, allo scambio ferroviario l’addetto forse stava pensando ad altro, forse lo aveva fatto apposta ma il suo treno era finito su un’altra tratta. 
Accese la luce, le dita arrivarono subito dove dovevano: se ne meravigliò. Si stupiva sempre dell’automatismo di alcuni gesti suoi quasi non gli appartenessero o gli raccontassero di un altro uomo e di un’altra vita. Dal corridoio passò davanti alla cucina senza degnarla di uno sguardo, la sua stanza di ragazzo era poco oltre, il santuario delle cose perdute si trovava appena pochi metri più in là. Aveva paura di entrarvi, il motivo della sua assenza in quell’anno ormai trascorso era proprio la paura di rivedersi. E non piacersi. 
 - Lasci sempre la luce accesa. Possibile che debba ricordartelo ogni volta? 
 - Ah, sì scusami 
 - Ceni con noi stasera? 
 - No mamma, ho già un impegno ma domani sono qua sicuro. 
Doveva mitigare la delusione che aveva visto spandersi sul viso della donna. Lei gli si avvicinò leggera e gli passò una carezza sulla spalla, faceva sempre così: una rassegnazione contenuta dentro un breve alito di speranza. C’era ancora forte la traccia di sua madre disegnata tra il corridoio e il salotto, tra la sua adolescenza e il resto. Dopo aver attraversato il confine del distacco la traccia restava, a volte lo segnava senza nessun preavviso, senza nessuna clemenza. E lui si sentiva a disagio, come per non aver ammesso una colpa segreta, un gesto che avrebbe potuto fare facilmente ma non aveva mai compiuto. Come mai i suoi passi nell’appartamento non facevano rumore? Chi era entrato per l’inventario aveva probabilmente sbagliato indirizzo, nell’interno num. 28 solo bilanci esistenziali di un figlio rimasto a metà. Avere la testa piena di voci chiare in un silenzio crudo e freddo lo spinse a rifugiarsi in salotto: girò lo sguardo attorno e comprese in quel momento che non sarebbe mai stato in grado di fare alcun inventario. 
- Desideravi che mi sposassi 
- No desideravo fossi completato perché tu da solo… 
- Ci ho provato mamma 
- Partendo da presupposti completamente sbagliati – lo diceva con una dolcezza mai più trovata. - Non serve rimescolare vecchie cose 
- Forse hai ragione ma noi andremo via un giorno, riuscirai ad entrare qui con equilibrio diverso?
La domanda non aveva mai avuto risposta degna, era in ascolto come allora, come sempre. Era solo in quell’abisso, solo in quella casa, solo in quella vita. L’unica che aveva o si era costruito. Si stava concependo come un’ombra, una sorta di suicidio scontato senza spettatori. Non sopportava più gli inviti ad equilibrio, compostezza, misura, solidarietà, civiltà…amore. Gli avevano spiegato il meccanismo infinite volte ma era tardi, troppo tardi: nessun interlocutore, nessuna analisi, nessuna comprensione, salotto vuoto, corridoio spento, cucina vuota, il suo nido abbandonato per sempre al numero civico 28. Alzarsi e scivolare in silenzio tra la sua vita, guidare la sua ombra fino all’uscio era il consueto automatismo, funzionava benissimo: abbassare la maniglia, infilare la chiave nella toppa, girarla per tre volte, girarsi. Scendere le scale. La fuga era iniziata.

martedì 18 febbraio 2020

LIQUIDA -

Piove ininterrottamente da ieri. Col viso poggiato sui vetri della finestra disegno fiati e gocciole che pian piano scivolano giù. Non ho stagioni preferite in assoluto, piuttosto mi piace il loro alternarsi, il loro correre e trascorrere le une nelle altre. Come la mia vita e le vostre che sento frusciare dietro i separè degli indirizzi informatici. No, non è tristezza, sono solo acquattato sul battito del mio cuore. Più tardi mi innamorerò di un’altra donna fingendo di non riconoscerla poiché è sempre la stessa. Le dirò: " Sono qui, dai un senso alle cose che vedo, fa uscire la musica dai miei simulacri incantati ad immaginarti. Amami per nulla, per tutto, adesso così senza rendez vous, amami perché hai capito…o fingi con un sorriso che io sia ancora il ragazzo dai capelli rossi e gli occhi chiari che avresti potuto amare". Attendo una risposta da una vita ma mi giungono solo frasi a metà, difficili da interpretare, più adatte a un malinconico ripiego che ad una scintillante avventura. Piove, meravigliosamente piove, l'acqua detta un ritmo diverso al mio tempo, lascia dentro di me pozze piene di riflessi tremolanti: vi sbircio dentro e l'uomo che sono ritorna bambino con dei contorni imprecisi e molti sogni ancora da afferrare. Prima del grande secco dell'anima.