sabato 6 settembre 2025

TRAMONTI A OCCIDENTE -

“Tramonti ad occidente” è la mia vita. I giorni infiniti, il gelsomino di sera e il profumo del mare sotto l’acropoli. E’ l’eternità di quando ero un ragazzino e il sogno che ancora non si è spento. Tramonti ad occidente è l’unica cosa che ho scritto senza inquietudine, è il mio rifugio dell’anima. Il testo fu scritto molto tempo fa e fa riferimento ad un'emozione e un ricordo di quasi 40 anni addietro. L'ultima volta che vidi Selinunte così come è qui descritta. Tutto il post, ogni suo rigo, virgole comprese è dedicato ai miei genitori. A mio padre severissimo e austero ma capace di tenerezze improvvise: fu lui quella sera a invitarci a correre a piedi nudi sulle stoppie secche attorno ai templi. Ci disse - devi imparare a conoscere la tua terra dalla sua terra- A mia madre che nella foto appare quasi trasognata col vento nei capelli: capii allora quanto l'amasse mio padre mentre la guardava camminare mentre noi le sfuggivamo di mano. Loro dentro di me ci sono ancora. 

Tornare là dove tutto era iniziato significava rincorrere le voci, sorridere con gli occhi socchiusi all’incantamento che ci aveva estraniato dal mondo e guardare nel fitto del nostro iniziale respiro. Selinunte era un’ampia falce di sabbia dorata che terminava con un basso promontorio di terra e roccia. Selinunte erano le mie estati di bambino, una magia che non si sarebbe ripetuta mai più. Di questo luogo conoscevo ogni pietra, ogni goccia del mare, persino i ciuffi di rosmarino e cardo selvatico mi erano amici. I miei compagni di scuola in Lombardia, alla fine dell’anno, si sentivano dei privilegiati perché si trasferivano sulla riviera romagnola o sulla costa ligure. Li compativo, io ad ogni estate facevo il bagno con gli antichi Dei di questa terra; mi lasciavo accarezzare dall’acqua turchese mentre i piedi giocavano con la sabbia bionda e granulosa. In questo mare avevo imparato a nuotare e, quando m’immergevo, scoprivo poi le colonne rosee dell’acropoli attraverso il filtro acqueo sui miei occhi un attimo prima di riemergere. In questi posti io, fin da bambino, sono stato spesso scambiato per uno di quei turisti del nord, gli unici snob che per decenni sono discesi sino all’anticamera dell’Africa soltanto per visitare l’area archeologica. L’affetto per i luoghi della mia infanzia addolciva la mia naturale misantropia. Sapevo con assoluta certezza che era l’ultima volta che avrei potuto incontrarli, l’ultima occasione per sentirli nell’intimo delle mie fibre così come essi erano sempre stati per me. A volte è una questione d’odori nell’aria e capisci, in un momento, che il tuo sentimento per un luogo sta per cambiare in modo ineluttabile. Puoi disperarti o far finta di niente, ma io, seduto ad un tavolo del bar Lido Azzurro, di lì ad una settimana sarei stato un altro in un altro luogo e in un tempo diverso. Questa certezza mi dava un disagio profondo, non avevo alcun potere, alcuna voglia d’impedire la metamorfosi. Perché avrei dovuto far sopravvivere un simulacro di Selinunte, dei miei quattordici anni, del mare sotto l’acropoli? Per inorridire tra uno o due decenni dinanzi alla maschera grottesca che sarebbero diventati? Esiste un accanimento terapeutico anche per le emozioni, i sentimenti, i ricordi: è questione di scelte, io avevo deciso che questo luogo sarebbe scomparso con me e sarebbe stato per sempre solo mio. Molti anni prima, in un tardo pomeriggio uguale a questo, avresti visto quattro persone camminare lentamente lungo la stradetta che attraversava la zona archeologica. L’ordine del drappello era sempre lo stesso: mio padre in testa, davanti a tutti di almeno una decina di metri. Poi mia madre, guardinga e speranzosa di un ritmo di marcia meno baldanzoso. Infine io e mia sorella, occupati a sciamare ovunque in ordine sparso. “Passeggiate in famiglia” erano chiamate ed erano ogni volta un’avventura diversa attraverso le rovine dei templi dorici della collina orientale, le pietre ammucchiate come pugni di sale bianco sopra un poggio che guardava il mare. Cominciai ad affrettare il passo, il sole aveva iniziato la sua discesa…mi parve di sentire la voce di mia madre… Mi fermai, come facevo allora, per raccogliere una lumaca attaccata ad uno sterpo rinsecchito. Perdevo tempo dunque e restavo indietro, allora come adesso. Immobile davanti al tempio adesso il silenzio era assoluto, con la mano cercai la fotocamera dentro la tasca del giubbotto. Sulla pelle scorreva un brivido sottile, un’emozione vera: come da bambino questo silenzio era il segno premonitore del miracolo che mi attendeva fra le rocce. Le colonne si andavano colorando di un rosa più intenso rubato al sole che, sempre più grande, era ormai quasi sopra il Baglio Bonsignore. Dovevo muovermi più in fretta. D’ora in poi il tempo avrebbe mutato nell’intimo la sua essenza. I minuti, i secondi potevano dilatarsi o coagulare gli uni sugli altri senza uno schema logico prevedibile. Quarantanni prima, per mio padre, era molto più semplice: una sera dopo l’altra l’estate lunghissima gli regalava opportunità continue di vivere senza fretta. Dopo la sosta al tempio E, ancora pochi passi e tutta la famiglia giungeva sullo spiazzo delle rovine del tempio G: un’enorme quantità di blocchi di pietra grigia, un groviglio inestricabile e confuso di rovi, terra e resti architettonici popolati da gechi e insetti. Dell’immensa struttura restava il perimetro d’alti gradini ed un’unica alta colonna interna, levata come un dito ammonitore e misterioso. Era chiamata da sempre “lu fusu di la vecchia”. Le voci mi raggiungevano nuovamente… e, mentre salivo per un sentiero fra le pietre, mi raccontavano per l’ennesima volta di com’erano le cose prima e non fossero più. Il silenzio era sempre più assordante. Percorrevo, da solo, la vecchia strada ed ero stupito di come niente fosse cambiato: le gambe sembravano muoversi in modo autonomo. Mi fermai. Attesi un momento ma le voci erano scomparse, lontano da molto tempo, questo pellegrinaggio iniziato da solo, in solitudine doveva finire. Avanti per qualche metro: ero proprio sotto lu fusu e le ombre diventavano sempre più lunghe. Altri passi veloci… finalmente “la seggia” era davanti a me! Per uno strano e insondabile caso questo pezzo d’architrave, crollando dall’empireo della sua alta funzione, rotolando e spezzandosi assieme alle migliaia di altri blocchi di pietra, era rimasta in cima al mucchio. Superba e insensibile agli insulti del tempo, capovolgendosi, si era sistemata come un divano di foggia avveniristica sopra tutti i resti della gloria ellenica. Arrampicandomi poggiai infine le spalle sullo schienale di pietra: era ancora dolcemente tiepido per il calore accumulato durante il giorno. Ma, ora, non c’era più tempo per riflettere: lo spettacolo stava per iniziare. Il cielo terso, immacolato, da azzurro era diventato blu intenso. Io, seduto nella mia poltrona, vidi comparire la prima stella: Venere mandò un lampo di luce e cominciò a brillare come un gioiello. Il sole, largo e arancione, s’era portato sulla verticale dell’acropoli, il suo disco, diventava nella parte inferiore, di un rosso carminio, come fosse venato di sangue. Non c’era più luce, piuttosto un riflesso interno e luminoso che aveva vita propria. L’astro scese tra le colonne del piccolo tempio dell’acropoli che erano diventate tanti minuscoli aghi neri, rilevati sullo sfondo del cielo e del mare. Adesso avevano entrambi un’impossibile tinta color indaco. Mi girava la testa. Non vedevo nulla, ma sentivo tutto con precisione assoluta. Poi, all’improvviso, questo stillicidio cromatico e temporale divenne un urlo viola. Il disco solare emise un respiro tagliente di luce rossa e il tempo si fermò. Tutto immobile, il cielo, la terra su cui posavo i piedi, il sole pronto ad essere inghiottito dal mare, le pietre dei templi e l’aria con il suo sottile aroma di rosmarino. Io ero lì, come il bambino di vent’anni prima e l’uomo di adesso. I miei ricordi d’infanzia legati ai pensieri da vecchio che rigiravo nella testa. Ogni cosa al suo posto, sospesa, perfetta nel suo significato più intimo, senza alcuna necessità di collocazione temporale. Probabilmente era questa l’eternità, quella parte di metafisico che ognuno di noi possiede e che spesso chiamiamo anima; il desiderio struggente che divora la nostra vita come un’amante irraggiungibile. Mi invase un benessere calmo, profondo ed io lo assaporai fino in fondo, le braccia allargate e la testa reclinata all’indietro: poter riflettere e finalmente capire come si era chiuso il cerchio della mia vita, cosa avevo fatto e cosa ero diventato. Furono le cicale a segnare la fine dell’incantesimo, a farmi scendere dal divano di pietra. Attorno al tempio camminavano tranquillamente mio padre, mia madre, mia sorella; la famiglia di nuovo unita e fu molto bello tornare ragazzino, con loro. Quella notte, seduti sul grande capitello rovesciato, abbiamo ascoltato con attenzione le molte storie, le piccole grandi avventure narrate da mio padre. Il firmamento era un enorme puntaspilli di velluto nero pieno di stelle e galassie. Fu eccitante osservare una luce mobile che attraversava lo spazio sopra di noi: un aeroplano? Forse un satellite? Più probabilmente lo sguardo divertito degli antichi Dei che osservavano il nostro formicolare quaggiù sulla terra. Papà, sono certo che anche tu ricordi le notti in cui stavamo tutti con il viso in aria a farci accarezzare dal vento tiepido che veniva dall’Africa. Esse non sono trascorse per sempre, sono soltanto andate altrove a raccontare di noi quattro e dei nostri stupori.

giovedì 4 settembre 2025

taccuino ritrovato 9

Sta accadendo di nuovo, lo sento con assoluta certezza: quindi devo scriverne, ora, subito, prima che il senso diventato carnale svanisca e ritorni a viaggiare su sentieri nascosti e non esprimibili a parole. Ho scelto un certo numero di blogger da seguire: evidentemente ciò che avete scritto è andato al di là di alcuni vostri propositi. Ha smosso le leve giuste e mi ha portato su un’altra collina, davanti ad un’altra prospettiva di me stesso. Vorrei molto da chi mi legge, moltissimo: lo ammetto io vorrei più di quello che merita ciò che scrivo, vorrei che la comunicazione fosse tale e quindi perfetta. 
Tu me la daresti adesso mentre posi gli occhi su questi segni neri; io credo che sia così e mi allontano per un altro intervallo da quell’altra signora che invia ogni tanto un conto spese esistenziali.  All’inizio non mi sono posto tanti problemi: uscire dal cammino solitario che mi è stato sempre caro e raccontare anche agli altri lo spirito che mi muoveva, questo fu all’inizio l’impulso vero e profondo. Credo che si capisse facilmente che mi muoveva una componente di liberatorio narcisismo unita ad una più che concreta coscienza(?!) certezza(?!), speranza(?!) d’aver qualcosa da dire. Scrivere è dipanare, dirsi, capirsi, toccare l’essenza e gioire di una verità luminosa e istantanea. Lo penso ancora, il vero problema è trasmettere la luce, non svilirla, non addomesticarla tanto da cambiarne il vero profumo e per ottenere tutto questo bisogna avere il coraggio di restare soli. Sono i commenti, il loro spirito, le altre vite e i loro inevitabili compromessi, sono gli altri bloggers la vita e la morte assieme di ciò che scriviamo.

mercoledì 3 settembre 2025

Netanyahu non è un santo

Penso sia legittimo criticare Netanyahu per molte delle sue scelte politiche, anche dure e controverse. Tuttavia, una parte consistente del dibattito pubblico sembra muoversi non su basi razionali o pragmatiche, ma sulla base di pregiudizi ideologici o, peggio, antisemiti. 
In certi ambienti, come nel caso di Donatella Di Cesare, la critica appare più come un riflesso ideologico – dentro la logica della polarizzazione morale (la destra sempre colpevole, la sinistra sempre virtuosa) – che come un'analisi effettiva delle condizioni geopolitiche. È tempo di smettere di demonizzare Netanyahu con rappresentazioni caricaturali e retoriche violente, come quella dell’“assetato di sangue”, che rievocano, anche inconsapevolmente, stereotipi antisemiti secolari. La retorica della "pace" viene spesso agitata come un totem morale, senza tener conto delle reali condizioni che la rendono possibile. Parlare di pace senza valutare il contesto rischia di diventare una forma di autoassoluzione ideologica, più che un contributo concreto alla risoluzione del conflitto. La pace non è un’astrazione, ma un processo politico concreto che può avvenire solo quando le condizioni minime di sicurezza, riconoscimento reciproco e volontà politica sono presenti. E in questo senso, l’Iran rappresenta una minaccia strutturale per Israele: uno Stato che non solo nega la legittimità dell’esistenza dello Stato ebraico, definendolo "entità sionista", ma che, con almeno due articoli della sua Costituzione, si propone esplicitamente di combatterlo come realtà coloniale da eliminare. Netanyahu, piaccia o meno, non sta "scegliendo la guerra" con l’Iran; sta rispondendo a una dichiarazione di ostilità permanente. Come affermava Golda Meir, "non si può fare la pace con chi è venuto a ucciderti". 
La pace è possibile solo tra soggetti che si riconoscono reciprocamente e si pongono in una posizione di parità: altrimenti non è pace, ma sottomissione.

martedì 2 settembre 2025

Una distanza incolmabile

Non è di alcuna utilità fingere una positività che non mi appartiene da tempo immemorabile o addirittura scriverne: non si deve mai scrivere prostituendosi alla necessità sociale del momento. Così mi rendo conto ogni giorno di più di quanto sia “naturale” e triste questa mia reiterata abitudine sintattica e concettuale, quanto sia limitante ma ineludibile il mio modo di scrivere…o riscrivere. Le pagine sono moltissime e variamente addobbate ma lo scrittore è unico! Ancora vi dirò che non riesco più a leggere gli altri con la serenità necessaria, fondamentalmente ne provo spesso fastidio; in certi casi carezzo in segreto le pagine dei miei amici di sempre e non riesco a capire il senso dei loro contatti in rete; mi sembra contraddittorio, forzato, una concessione alla umana necessità di piacere e di farsi blandire ogni tanto. In questa incomprensione si trova tutta la mia distanza incolmabile fra il desiderio palese di continuare in modo nuovo e decente e la obiettiva incapacità di farlo.

lunedì 1 settembre 2025

Scogli

Scriviamo come aggrappandoci agli scogli in un mare tempestoso. I baci e le bocche col loro alito di vita ci passano davanti. TUTTE. Quelli che mancano all’appello stanno defilati: sanno che verrà il loro tempo, che la loro assenza grida più forte di tutte. Li vuoi Sara? Ne sei sicura? Con essi verrà anche la fine, quella di questa dimensione vitale, l’unica su cui abbiamo messo le mani in attesa delle altre solo intraviste tra un rigo e l’altro. Vuoi veramente correre loro incontro uomo? Io no. Io aspetto qui senza fretta ho già congedato malamente gli ambasciatori della grande sovrana… penso che me la farà pagare.

domenica 31 agosto 2025

RITROVARSI –

– Guarda che sto male. 
– Non sai amare diversamente? 
– No e non lo dici sul serio. Vedi? E’ una vertigine e non ho nemmeno la forza di baciarti. 
Attendevano da venticinque anni il ritrovarsi. C’era il caldo di fine estate, quello di una sera che recita le solite litanie di fine stagione. Ogni volta sono sempre di meno, devi trovarci un senso diverso magari rinforzandole con i ricordi di quelle trascorse. Ma fa male…almeno un po’. Conosceva quella casa all’ultimo piano e la grande terrazza col panorama verso il mare e le stelle. Si, la conosceva bene anche se talvolta si era camuffato da viandante distratto. Conosceva le intime fibre di quelle pareti, adesso muovendo i suoi passi in corridoio le voci e i volti ricomparivano tutti ad uno ad uno. 
– Guarda che sto veramente male e devo nasconderlo. 
Non aveva particolari ritrosie per la socialità, dipendeva dal momento e dal luogo, che fossero un palcoscenico adeguato alla recita che egli proponeva. Ma gli altri lo sapevano? Gente così, nè bene nè male ma anche lui in fondo era allo stesso modo. Fuori, perchè nell’intimo c’era un abisso profondo e sconosciuto ai più, lui lo aveva difeso sempre a denti stretti. Sul divano in sala da pranzo stava seduta la signora, la rivedeva come l’ultima volta dieci anni prima, con quel suo sorriso aperto e il piacere di rivederlo che mostrava ogni volta. Risentiva la sua voce e i discorsi tra loro: parlava con lei ma nel cuore c’era la figlia e stimando un improprio eccessivo l’avvicinarsi a quella riempiva con la madre il colloquio di metafore e attenzioni. La signora avrebbe compreso? Certamente sì ma ormai era tardi anche per quello: due sole interlocutrici ed una era morta da qualche anno. 
Attendeva da venticinque anni il ritrovarsi. 
– Vorrei che parlasse il silenzio tra di noi. Vedi? E’ una vertigine… 
Poggiato sul muretto della terrazza guardava quella parte di città perdersi nel buio della sera, il confine della costa era segnato dalla lunga fila di fanali lungo il litorale. Il mare oscuro, sconfinato dentro la terra indefinita, una metafora perfetta. Poteva usarla ancora, anche lì anche in quel momento mentre qualcuno degli invitati parlava con lui ed egli conversava amabilmente del solito più o del solito meno. Doveva farlo altrimenti le eco di prima lo avrebbero inghiottito. Scivolò in compagnia lungo la parte più larga della grande terrazza e disse molte cose, dimenticandole immediatamente dopo. Si faceva attraversare dai ricordi e non si capacitava come gli altri non se ne rendessero conto, lui si sentiva nudo. Totalmente nudo. Attendeva da venticinque anni il ritrovarsi. 
Il suo personale cerchio vitale girava attorno a lui e a quella casa ma mancava una fotografia; lo aveva notato all’ingresso. Lei giovanissima in costume immersa nell’acqua bassa e trasparente di un mare amico. Tutto il resto era al suo posto ma la foto non era più appesa nel corridoio tra il bagno e la cucina. Sembrava un addio crudele. Naturalmente la chiamata alla realtà del sedersi a tavola arrivò nel momento meno opportuno ma lui si domandò cosa ci fosse di opportuno quella sera, quanti minuti si sarebbero potuti confrontare col desiderio di allora. Occhi chiari gli sorrise, un attimo ad attraversare lo spazio, una virgola e una sospensione. La sera era diventata ormai notte e il cibo era buonissimo. Riuscì a trovare posto a tutte le chiacchiere, le risa, i bicchieri e le posate: ogni cosa al suo posto sul tavolo e in questa vita. Lui perennemente estraneo. 
– Guarda che sto male…dimmi che saremo insieme almeno in quell’altro modo. 
Scenografia perfetta, attori raffinati, sipari aperti e chiusi: il mare, la pesca, i ricordi…la sua morte era scritta in quel copione? Attendevano da venticinque anni il ritrovarsi. Occhi chiari non c’era, il resto sì, il cielo era sereno, la casa benevola, si alzò ed entrò in casa al momento giusto perchè nella sceneggiatura quella era una parte, che non prevista, non sarebbe mai stata pubblicata. Lo sapeva benissimo. Non cercava nulla adesso, gli bastava frusciare tra i libri della madre e i dischi del padre, quanto tempo era passato? Tre o quattro decenni, tre o quattro vite o solo una, la sua, in attesa di una degna conclusione? Attraversando il corridoio la vide con la coda dell’occhio in cucina, proseguì e chiese con naturalezza del bagno. 
– Certo, è lì a destra, lo sai – gli si avvicinò e con aria complice gli fece cenno di seguirla. Aprì la porta dell’ultima stanza in fondo e gli mostrò la foto appesa sulla parete. 
– Eccola, guarda- 
Non riuscirono a dire altro. In due metri quadrati seguirono il loro destino perchè non c’era nient’altro da fare e fu lei a tirarlo verso di sè, a poggiare le sue labbra sulla sua bocca. Attendevano da venticique anni il loro inizio e stringendosi l’uno sull’altra non desideravano altro che quel lunghissimo bacio: senza altro che il sogno segreto che avevano custodito per sempre. La notte infinita scivolava su di loro, la casa li guardava silenziosa.