La solitudine resta com’è, scritta o cantata non perde l’abito che le è proprio. Lei sta lì entra e esce da questo spazio o da altri: mi possiede. Certe volte penso che era già accanto a me quella sera di febbraio quando mi sedetti in sala e le luci del grande teatro pian piano di abbassarono per lasciare spazio all’orchestra. Siamo stati una generazione sui generis: in bilico su uno spartiacque affilato, quello che aveva impiegato secoli per mutare in tutti i campi adesso arrivava con una progressione stupefacente. Non eravamo preparati, in tutti i sensi, l’unico mezzo per sopravvivere era assumere l’atteggiamento spocchioso e arrogante che tanto ci rendeva lontani da chi ci aveva preceduto. Era solo una recita: costruita ad arte e pasciuta nel tempo da una auto referenzialità grandissima. Avemmo tutto, distruggemmo tutto con sublime superficialità. Tirammo su le gonne alle ragazze, avemmo il permesso di scoprire con grande facilità il loro nido segreto e loro ci ricambiarono con la monarchia assoluta della gestione del loro corpo e della loro vita, non ci conveniva ma prendere o lasciare. Prendemmo. Spazzammo via senza esitazione secoli di etica, società, convenienze sociali e religiose, un revisionismo profondo e crudele, cinico e in fondo falso, avemmo tutto e da questa situazione traemmo la convinzione sciagurata di avere diritto a tutto. Non ci è restato niente!
L’ignoranza
vera o presunta aiuta a vivere e a morire
con sublime leggerezza.
Non altro.
sabato 14 giugno 2025
SCHIUMA DI AQUILONI
è
la traccia che resta.
Ho
diviso la notte dal giorno,
ho
creduto di poterlo tenere
con
me.
Ho
gridato a tutto il mondo
la
mia conquista.
Non
era vero, l’altro da me
mi
ha beffato.
Doveva
farlo e si è allontanato
alla
nascita,
ora
va e viene nel mio orizzonte
e
non posso dire se sia mutato
e
come.
Ansia
talvolta, stupore sempre
ma
l’amore non è finito:
è
solo volato via per sfiorarmi,
sfigurarmi,
per
sconfiggermi e tradirmi.
Gioca
padrone con la libertà e la luce
poiché
le comprende entrambe.
Qui
sotto non sarebbe restato
a
farsi maltrattare dal tempo.
A
volte desidero che mi uccida
presto,
sono stanco di privarmi
del
suo abbraccio.
Lo
cerco con lo sguardo
lo
intravedo mentre simula
indifferenza.
Mi
dice d’attendere pochi istanti:
appena
trent’anni, un lieve gesto di vita…
ride
mentre lo dice.
L’amore
è volato via.
Da che parte stare
Il miglior venerdì e Shabbat di sempre. Sembra quasi Natale anticipato. Pace attraverso la forza,concetto difficile da digerire Scegliete da che parte stare. Il bene o il male. Non c'è via di mezzo. I rapporti confermano che Israele ha lanciato un chiaro avvertimento al regime islamico iraniano: se reagite, il leader supremo Khamenei, il suo malvagio figlio, i suoi consiglieri e l'intera leadership del vostro regime saranno eliminati entro una settimana. Questo è un momento storico.
State dalla parte dell'umanità, non degli attivisti antisemiti della Fratellanza Musulmana che stanno contaminando l'Occidente. State dalla parte dei leoni che si stanno risvegliando... non dei mostri che hanno rapito bambini, violentato donne e bruciato vivi gli anziani, che impiccano i gay e le ragazze che non mettono il velo Gli islamisti di Teheran non hanno preso di mira solo Gerusalemme. Prima hanno puntato i loro missili sulla Mecca. Ancora una volta... Questo è quello che sono. Scegliete da che parte stare. Il bene o il male. Non c'è via di mezzo.
venerdì 13 giugno 2025
MACIGNI
Tutti quelli della mia generazione sono diventati dei macigni, i migliori delle pietre rotolanti e come tali destinati a schiantarsi giù in fondo; rotolando abbiamo attraversato quasi tutto l’attraversabile e di fatto ci siamo allontanati da ogni cosa.
CHI MI HA LASCIATO –
C’è una dimensione a parte ormai tra quello che scrivo e quello che si intravede dietro la scrittura….Molti discorsi sono veramente fuori tema ma forse non è colpa di nessuno.
E’ estremamente difficile comunicare in modo consono la propria dimensione intellettuale esattamente così come si forma dentro una persona e lo è altrettanto percepirla e “discuterla” laddove tale discussione abbia un senso che vada al di là di un affermazione di esistenza. Niente di ciò attiene al blog normalmente inteso, si avvicina semmai ad un’esperienza da diario cartaceo o addirittura da libro; nessuna di esse vuole sostituirsi nel mio caso a questo blog, qui ed ora. Ho subito un lutto gravissimo e profondo ma chi mi ha lasciato possedeva con naturalezza la misura e la simpatia, nel senso greco della parola, del comunicare e scriverne. Io appartengo ad una generazione più nevrotica e conflittuale che ha mantenuto il fuoco e i suoi effetti devastanti senza avere in cantina buona legna da ardere. Ma non mi rassegno. Mamma, vedi come tutto indifferente scorre? Non sono riuscito a fermare le nostre parole, queste come le altre della nostra vita. I tramonti ad occidente, i libri nella grande libreria di casa, le foto di famiglia e questo vecchio ragazzo che adesso è rimasto solo. Arrivederci mamma. Insegnami a scrivere daccapo con l’allegra pazienza che io mai ho posseduto, sarebbe il miglior modo di spiegare a certi personaggi che si spacciano per il sale culturale del mondo cos’è la vera cultura e come saziare la sete del sapere. Mi dicesti di scrivere molto tempo fa perché sapevi e mi avevi custodito tu. In fondo non ho fatto altro che seguire il tuo desiderio. Era il nostro modo ed anche adesso che le battute cambiano e il ritmo segue un’altra armonia sento che continuare è un buon modo di rispondere alla sua carezza. Farò cosi e lei mi sorridera’… Sorrideva sempre.
giovedì 12 giugno 2025
Il nostro destino
Le date di pubblicazione sono inventate, alcuni testi risalgono a decenni fa. Non chiedo, non pretendo: viaggio in rete da troppi anni. Ho scritto di tutto ciò che sentivo e ho cercato di liberarmi, che ci sia riuscito non tocca a me dirlo. Questo è il mio blog e il mio modo di intenderlo e scriverlo, questa è la mia vita. Adesso l'astronave lanciata nello spazio virtuale viaggerà fino a quando potrà. Poi sarà solo un puntino nell'universo. Infine nemmeno quello. E' il nostro destino.
DIRE ADDIO -
Ho detto addio a molte cose negli ultimi 20 anni: scioccamente sono rimasto in attesa di un nuovo che le sostituisse. Vestito a festa, lustrato da capo a piedi, fidando nel mio intuito e nella buona volontà comune. Sto dando l’addio ad altre cose ancora, il sogno interiore dal quale erano nate lo conservo dentro di me come lo stampo intellettuale che comunque ho vissuto. Ma L’ADDIO RIMANE, inequivocabile. Sono giorni terribili, passeranno dopo aver schiantato un certo numero di vite; chi resterà potrà dimenticare (è sempre un buon sistema) o imbastire un’illusione più articolata e duratura. Per me è diverso. Sia qui che altrove perchè l’unica cosa che credevo non mi riguardasse, l’incomunicabilità, invece pascola sul mio terreno da molto tempo. Scrivere su un blog ha le sue stagioni come la vita. Vi sono momenti che nascono e crescono in modo estraneo a quello che mostri di te in pubblico: sono vite diverse e parallele, righe che non hai scritto perchè non sapevi, non immaginavi, non riflettevi. Però sono lì davanti a te e ti osservano, forse ridono di te e attendono il tuo ennesimo tracollo.
mercoledì 11 giugno 2025
Blogosfera
Tuttavia il senso di vuoto, di inutile...di sprecato incombe sulla mia vita e fatalmente si riflette in ciò che più intensamente mi rappresenta, la scrittura. Molto tempo fa non usavo i puntini di sospensione, ero sicuro, quasi arrogante nell'esprimere il mio pensiero: possedevo una certa autostima da questo punto di vista, spesso in gioventù si deve essere così. Da anni le cose son cambiate, so di non riuscire a tirar fuori tutto, solo una piccola parte dell'emozione profonda che ho in testa passa nelle righe. Mi sento impotente a scrivere tutto e i puntini di sospensione indicano esattamente quello spazio vuoto e inespresso. Forse raggiunge ugualmente il mio scopo, forse comunica. O forse no e viene interpretato in altro modo. Comunque non è un vezzo.
Sto chiudendo tutto, è estremamente difficile per me restare qui, i residui meccanismi di interlocuzione si sono ulteriormente usurati e so che un blog senza interlocuzioni non ha senso. Quindi non ne posso avere nemmeno io. Lasciare solo uno spazio per leggere i miei testi mi pare un gesto arrogante e stupido: perchè dovrei ritenermi un comunicatore di validi concetti? Talmente elevati da non rispondere mai a nessuno? Talmente superiori come sintassi da non poter essere avvicinati da nessuno? Ho trascorso la mia vita pensando esattamente il contrario, non ho mai amato i guru a qualsiasi corrente appartenessero, provo un fastidio fortissimo quando ne incontro qualcuno. Così non ho speranza soprattutto in questo ambiente. Devo mettere un diaframma tra il mio silenzio interiore che diventa ogni giorno più assordante e l'esterno reale che brulica fuori nel mondo reale; il salotto deve essere ridotto, estremamente elitario, non deve prevedere discussioni come estensioni necessarie di un galateo da rete che io non ho mai ossequiato. Devo riprendermi il tempo della lettura cartacea e non...sinceramente trovare qualcosa su cui convenga intervenire è evento rarissimo e mi pare evidente che tale condizione DEBBA RIGUARDARE ANCHE CIO' CHE SCRIVO IO. Ho detto addio a molte cose negli ultimi 20 anni: scioccamente sono rimasto in attesa di un nuovo che le sostituisse. Vestito a festa, lustrato da capo a piedi, fidando nel mio intuito e nella buona volontà comune. Sto dando l’addio ad altre cose ancora, il sogno interiore dal quale erano nate lo conservo dentro di me come lo stampo intellettuale che comunque ho vissuto. Ma l’addio rimane, inequivocabile. Sono giorni terribili, passeranno dopo aver schiantato un certo numero di vite; chi resterà potrà dimenticare (è sempre un buon sistema) o imbastire un’illusione più articolata e duratura. Scrivere su un blog ha le sue stagioni come la vita. Vi sono momenti che nascono e crescono in modo estraneo a quello che mostri di te in pubblico: sono vite diverse e parallele, righe che non hai scritto perchè non sapevi, non immaginavi, non riflettevi. Però sono lì davanti a te e ti osservano, forse ridono di te e attendono il tuo ennesimo tracollo.
L'ESPRESSIONE GEOGRAFICA -
L’ espressione geografica del Metternich, dopo 95 anni di regime monarchico sabaudo con una deviazione fascista di venti anni, dopo 71 anni di regime repubblicano, in due regioni del nord vota e chiede l’autonomia. Ad essa si arriva dopo una centralizzazione feroce che in alcuni casi particolari ha dovuto far i conti con casi particolari: terre di confine e un’isola lontana al centro del mediterraneo. Situazioni su generis derivate da storie sui generis e risolte in modo provvisorio. L’autonomia siciliana figliastra del senso di diversità già presente nell’aristocrazia siciliana fu un bel regalo confezionato in fretta e furia dallo stato centrale appena uscito dalla guerra per i riottosi e mafiosi politicanti isolani, Un regalo pieno di dolciumi presenti e futuri, di privilegi assurdi che diventarono poi veleni mortali. Di questa autonomia, enorme sulla carta, imbelle in realtà, si è avvantaggiata solo una piccola ma rumorosa fetta di gente, i siciliani viaggiano ancora su ferrovie da inizio ottocento, hanno più forestali che in Trentino, strade piene di buche e un’emigrazione giovanile da sceneggiata napoletana con l’infame in bella vista. L’espressione geografica resta un termine crudele e beffardo ma è vera! L’Italia è una lunga penisola proiettata dalle Alpi all’Africa settentrionale, popolata da genti diversissime per storia costumi abitudini e clima; la diversità è riflessa nei secoli da stati e staterelli spesso in lotta tra loro, senza mai un vero anelito diffuso di nazionalità condivisa. La cosiddetta lotta per l’unità nazionale è stata sempre appannaggio di una ristretta elite culturale dagli anni delle prime guerre di indipendenza in poi. L’unità sarebbe più corretto chiamarla col suo vero nome: allargamento della struttura statale del Piemonte su tutto il resto del territorio. Non piacque nel 1870, non piace a nessuno nemmeno ora. Però è stata creata una storiografia-agiografia ad hoc perché da qualche parte si doveva pur cominciare, nel frattempo abbiamo attraversato guerre coloniali, lotta al banditismo (i briganti guarda caso erano tutti meridionali) guerre mondiali, resistenze e una politica di così basso profilo da restare inebetiti Il nostro libro Cuore è un composè fantastico di gioia e dolore, poesia e bassezze indicibili, voli ed entusiasmi e divisioni radicate da secoli. Siamo ancora un’espressione geografica! Per chi cammina per le strade di Palermo o Siracusa o Catania e due giorni dopo passeggia per Piazza Carlo Alberto a Torino o piazza Duomo A Milano, per chi abita in val d’Intelvi o chi vive a Lampedusa, per quelli che guidano tra le strade dell’Umbria o attraversano la pianura lungo il Po, per tutti costoro e altri ancora è impossibile pensare di vivere nella stessa Nazione. Possiamo far finta di esserlo, possiamo fingere molto bene ma restiamo un’espressione geografica. Questo non vuol dire che popoli diversi con gusti e abitudini diverse non possano scambiarsi conoscenze e favori, non debbano provare a conoscersi, ma una nazione è ben altra cosa. Una nazione è unità di regolamenti, è base storico-culturale comune dalla quale discende fisiologicamente solidarietà popolare nella buona e nella cattiva sorte. Spero di essere stato chiaro: non è così difficile capire che "forza Etna" stride con questo concetto, che non si affitta ai meridionali di 50 anni fa ( ma non è del tutto scomparsa l’idea di base) non è compatibile con esso. Non si tratta di stupido campanilismo, si tratta di mondi diversi, provare per credere. Io l’ho fatto. Se andiamo a vedere le cronache di questi ultimi anni cosa notiamo? La prima fondamentale proposta del Veneto e della Lombardia è quella di avocare a sé il 90% delle entrate fiscali. Poi il resto ed è un resto che nemmeno Cattaneo nel 1848 pensava possibile. Ma Cattaneo c’era e la sua idea di federalismo è ancora perfettamente presente nei lumbard e nei veneti di oggi. Essi non amano i crucchi ma, dovendo scegliere, tra Piemonte e Vienna credo che sceglierebbero la seconda. Oggi non avrebbero dubbi a legarsi in tutto e per tutto con l’Austria, esattamente ciò che volevano a metà ottocento...e Verdi se ne faccia una ragione! Prendersi il grosso del malloppo e gestirselo in proprio è occasione ghiotta, se a questo aggiungi il pessimo uso fatto del denaro pubblico in una regione come la Sicilia la discussione è chiusa. Riuscirebbero i polentoni a far meglio della regione con sede a Palermo? Ad evitare sprechi assurdi e privilegi fantastici? Vedere per credere. Due anni fa sotto la mole Antonelliana a Turin mi son sentito dire da un compito bifolco e signora che son stati loro a fare l’Italia! A ingrandire il territorio dei Savoia risposi io! Alzarono i tacchi, poi passai davanti al ristorante il Cambio davanti a Palazzo Carignano e mi immaginai il conte di Cavour fare il solito cenno al cameriere là sotto per dirgli di preparare un tavolo. Il Piemonte starebbe bene per i fatti suoi, idem la Lombardia magari con un buon trattato commerciale con la Svizzera. Il Veneto e il Friuli non han dimenticato la Serenissima, Trieste è più austriaca di quanto si pensi, mitteleuropea direi e poco italiana. Genova ad onta di Mazzini sarebbe per tutti: una città stato aperta a mille possibilità come qualunque città di mare si rispetti. Della Toscana non so dire con certezza, hanno così tanti asti i toscani tra loro, parlano l’italiano loro quello dell’Accademia della Crusca, di Dante e dei panni lavati in Arno…L’Italia? Mah, forse riveduta e corretta. Roma è ladrona, ruffiana, papalina, troppe cose per essere UNA, Quelli che furono i territori dello stato Pontificio comunque farebbero qualsiasi cosa per darle un calcio in culo a perenne memoria dei centurioni papali dell’ottocento. Napoli è ancora Regno delle due Sicilie, cultura, povertà, musica furbizia, accomodamento ad arte, Camorra imperante, legge dello stato assente e un’infinita malinconia del principe De Curtis. Poi c’è il sud e il sud del sud, c’è il silenzio dei latifondi, del Pollino e del Tavoliere, la luce del Salento e l’Oriente a due passi. L’Italia è lontanissima, la taranta presente. Devi passare lo stretto per entrare nel continente Sicilia e dovresti studiare a lungo e senza preconcetti da settentrionale leghista per capire come e perché, pur essendo la vera metafora e chiave di tutto (Goethe) l’isola non è mai stata Italia! Trovi l’autonomia se ci sono basi veramente sentite e comuni altrimenti trovi la secessione. Trovi uno stato federato se prima ce n’è uno veramente unitario e funzionante! Altrimenti non trovi altro che un’espressione geografica. Il conte di Cavour lo sapeva benissimo, erano gli altri a far finta di non capire, Camillo lo sapeva per intuito da vero francese quale era, pur senza aver mai visitato la penisola sotto Firenze sapeva che di Italie se ne dovevan fare almeno tre con buona pace dei patrioti. Invece ne abbiano una finta, piena di dubbi e di equivoci, esterofila per antonomasia, con una parte di popolazione che guarda con sufficienza le altre. Tra poco non avremo più nemmeno questa ma lascio a voi il compito di descriverla, io appartengo ad un altro mondo e ad un altro paese.
SEMPRE A META'
Le parole sempre a metà
eco
di sentimenti interi
Nessuna
possibilità di regalarli
interi.
Una
prigionia senza fine e senza
speranza.
Hai
intravisto il panorama completo
per
caso o intuito
non
è un binario inventato
tra
gli alberi delle nostre vite
ormai
distanti
Non
c’è pace per gli amori mancati
sospesi
C’è
solo questa pace stantia
Paradossale
surrogato
della
sorpresa più grande
della
mia vita
Repubblica
Io sono stanco di discorsi memorabili, di contorsioni storiche per adeguare il proposito enunciato alla sua mancata attuazione. Sono stanco di questo paese e di molti suoi orpelli (anche la blogosfera lo sta diventando) sono stufo e nauseato anche di aver scritto quello che state leggendo. Io non ho praticamente più nulla cui attaccarmi ma non so come, rimango italiano: così come leggete, senza una vera speranza, con una tastiera, la lingua che conosco e tutto il resto. Sarò franco: per questa Repubblica ho ormai un interesse molto limitato, è andato progressivamente decrescendo negli ultimi 20 anni e recentemente si è ulteriormente ridotto.
martedì 10 giugno 2025
NOTO -
Seduto su una delle panchine di ferro poste all’ombra dei grandi ficus che ornano la piazza dinanzi alla Porta Reale di Noto, pregusto già lo spettacolo che mi attende. La città nuova costruita dopo la scossa tellurica che devastò senza ritegno tutta la costa orientale della Sicilia alla fine del 600, fu pensata come una sequenza di scenografie su cui far muovere la gente da protagonista, ognuno col suo ruolo. Anch’ io ne diventerò parte appena varcata la soglia della Porta Reale perchè Noto è stata fatta di ragione e di magia: la ragione è quella delle linee dritte, della simmetria, della prospettiva ingegnosa che crea luoghi deputati al movimento e alla vita. La magia, quella scaramantica, dovuta alla creazione di ornamenti visti come dal tremore di un terremoto. Non so perchè ma ho sempre avuto l’idea che fosse questo lo scopo dell’architettura di questa città: dare movimento e fuga ai palazzi scongiurandone così, magicamente, la distruzione. Tutti gli abitanti, passata l’angoscia e il terrore della terra che trema, credo dovettero avere una grande superbia, un grande orgoglio e un alto senso di sè come singoli cittadini e come comunità se vollero e seppero ricostruire miracolosamente questa città con la sua topografia e le sue architetture barocche che adesso si vanno svelando folgorate dalla luce e dal sole. E’ questo un mondo fatto di luce e calore, di ombre vitali come oasi di frescura in un cammino fatto di visioni luminose e assolute. A Noto come in altre città dell’isola IL BAROCCO è una suprema provocazione fatta di movimenti incredibili, di apparenti e aeree fragilità, è la sfida ad ogni futuro sommovimento della terra. Le facciate delle chiese, dei conventi, dei palazzi pubblici e privati se li guardi di sbieco tremolanti nell’aria calda del mezzogiorno sembrano la rappresentazione pietrificata del terremoto stesso e della sua lezione di vita: la distruzione volta in costruzione, la paura in coraggio, l’oscuro in luce, l’orrore in bellezza, l’irrazionale in fantasia creatrice, il caos in logos infine. Che è sempre il cammino della civiltà e della storia. Fermo davanti all’amplissima scalinata del Duomo osservo il “palcoscenico” con un nuovo sentimento dell’anima contro lo smarrimento di questi anni infami, della solitudine, dell’indistinto, del deserto…contro la vertigine del nulla. Qui su queste scene bruciate dal sole e, più tardi, infantasmate dai pleniluni, tra quinte di pietra intagliata, tra fantastiche mensole che sorreggono palchi, loggiati e tribune, tra allegorie, simboli e emblemi, tra rigonfi di grate e inferriate, tra cupole, campanili e pinnacoli, in questa scenografia onirica e surreale, io sono diventato un’altra cosa. Potrò mai dire quanto possa trasfigurarsi l’animo umano dentro la gioia e la magia di questo connubio di costruzione e immagine, di struttura e ornamento, di ritmo e melodia? E’ questa la ragione di tutto quel che ho scritto in questi anni: la ragione e la fantasia, la logica imperiosa e il magico incontrollabile. So che è qui la chiave fra prosa e poesia che mi racconta della vita e dell’universo, “di questo incessante cataclisma armonico, di quest’immensa anarchia equilibrata” (L. SCIASCIA)
ROSSO PORPORA -
A cosa diavolo serve un posto come questo? Sono stanco di girare in tondo e controllare, adeguare per trovare comprensione (intelligere), smorzare per ammorbidire gli spigoli, presentarmi col cappello in mano e il freno tirato per scrivere sempre un po’ meno di quanto io sappia fare.
Sono nato alla pagina scritta una sera d’estate di 53 anni fa davanti al mare delle saline fra Nubia e Salina grande e la verità è che i ragazzi certe cose le sanno dire…le dimenticano dopo; col tempo fanno di tutto per dimenticarle. Era un tramonto vero, di quelli che i pittori arrossano di arancio e qualche sbuffo rosa e viola, di quelli che i poeti usano per arrampicarsi sull’Olimpo. Noi eravamo lì, seduti sul muretto, dando le spalle al campetto dove giocavano a tendersi le prime ombre. Il mare ha avuto un ultimo fremito di colori, poi si è spento in un altro blu, che non era ancora quello della sera. – E’ bello stare qui- lei ha detto ed io ho riso, perché i ragazzi certe cose non le sanno dire, ma lei quella volta aveva detto proprio così.
Io ero felice abbastanza quanto basta. A casa la sera ero infuocato, febbricitante, e lo scrissi ed era tagliente e improvviso come il bacio che lei mi aveva dato. Nascemmo alla vita nel rosso porpora di un giorno che muore, ci addormentammo dentro il blu della sera che incedeva sicura di sé.
Cominciò con due piccole bugie:
– E’ qui che abiti allora?
– Sì solo d’estate però.
Mentimmo per timidezza o perchè golosi del tempo che la menzogna ci regalava? Mi guardavi senza guardarmi
– Che fai adesso
– Arrivo fino alla torre…vieni anche tu.
E mi sembrò una proposta di un’audacia sconsiderata; la osservai sfrontatamente per darmi un tono e vedere l’effetto della mia proposta. Mi costò una fatica immane.
– Sei il figlio dei milanesi?
– Sì, ma i miei sono siciliani.
E mi incamminai, senza contare i passi, senza considerare i suoi…mi persi assieme a lei e ci regalammo un silenzio ininterrotto fino al muretto di pietra.
– Che studi?- per non chiedere l’età
– Entro al Ginnasio l’anno prossimo
– Io sono al terzo anno- le dissi mentendo per avere tempo, più tempo per la mia virilità confusa.
– Hai un accento strano, parlano tutti così da te?
Non fece nessun accenno alla mia bugia, vi passò sopra semplicemente come una cosa inutile da mettere da parte, ma sorrise. Mi rivelò il gioco delle futilità dette solo per gioco. Le parole: una stessa nota in chiave diversa. Non fu una menzogna e nemmeno una parziale verità. Fu un richiamo, solo una voce davanti al mare.
– Ti chiami Enzo, ho sentito ieri tua madre che ti chiamava.
– Hai fatto attenzione. Perché?
– Nuotavi bene ed eri solo. Non hai amici qui?
Lo presi per un buon inizio e pensai che il suo muoversi, il suo sedersi, il tono della sua voce fosse un bisbiglio che potevo avvertire soltanto io. Passammo un gran tempo di noi a raccontarci bugie per coprire la verità dei sensi; il giorno cadde quando le sfiorai le ginocchia, la mia vita cambiò quando le toccai i seni di ragazza. Mentire per non morire, per prolungare all’infinito la prima volta dell’amore, e tenersela per sé. Un bacio ansioso prima, lunghissimo dopo.
– Me ne dai un altro?”
– Sì, è stato bello.
– Quanti ne hai dati finora?
Non le dissi che era il primo. Non le dissi più nulla e mi feci portare via dal sogno. La notte, tardi, mi leccai la ferita calda di quelle labbra e sciolsi il tempo delle parole su una pagina: la prima. Di sera penso ogni tanto alla rincorsa affannosa e febbricitante di questa condivisione. Suona con un’eco serena sulla nudità di questa solitudine; se me ne libero resto, oggi come ieri, nudo e vero.
lunedì 9 giugno 2025
Il pensiero nascosto
Il pensiero nascosto Vive di una riflessione serissima e sofferta, essa non potrebbe sopravvivere se entrasse continuamente in contatto con interlocutori fasulli. Intendo dire persone che hanno già in tasca tutte le ragioni e tutte le risposte preconfezionate: in genere sono ragioni e risposte cresciute all'ombra di ideologie feroci e non discutibili. Sono le peggiori e, se ci pensi bene, quelle che ti "proteggono" meglio. Entri in un circolo virtuoso, in una tendenza perfetta che ti regala l'accesso a gratificazioni continue e visibilità diffuse. Dentro questo circolo godi persino di una onorabilità etica che non devi discutere ad ogni piè sospinto, è un vantaggio innegabile, una comodità enorme. Io non ne ho mai goduto, non ne ho mai voluto godere, ho un'indole diversa, ostica, contraddittoria, sono un isolato e soprattutto sono molto stanco. Di tutto ciò che importa a chi frequenta il web mi importa poco, vivo per dare spazio a altre dinamiche, ho interessi diversi e scrivo per non scordarmi di esistere. E' il massimo che posso dare ma tu credo lo abbia chiaramente inteso.
Io attendo che il desiderio mi appartenga altrimenti è inutile, non voglio partecipare all’amore come ad un evento mirabolante in cui compari per dovere d’esistere. Scelgo con un’attenzione estrema e sottile perché lo so bene che chi seduce in fondo perde spazio e diventa prigioniero di sé stesso. Ho imparato da ragazzo a percepire l’artefatto, la malizia ed ho conosciuto un sentimento mondato da questi orpelli solo due volte nella mia vita. Me li tengo stretti al corpo quegli odori e quei momenti quando la seduzione si svolgeva in un canto libero e senza necessità di presentarsi in un modo piuttosto che in un altro. Non mi è restato altro, non vedo altro. Non avrò altro. Non scivola via che l'apparenza, il tempo breve, l'immediato, tutta la somma delle emozioni vitali di quel momento. Non c'è un do ut des, non è uno scambio commerciale, è qualcosa di talmente forte da cambiare la percezione della nostra vita. Il replay al contrario infine ci riporta a ciò che siamo stati. alla bellezza che nascondiamo per sconfiggere la morte, la dimensione potente e segreta della nostra essenza affettiva resta per sempre: ci racconta di un patrimonio avuto tra le mani da ricordare, un bene prezioso in sè, la prova che siamo capaci di elevarci sopra le colorate mediocrità del quotidiano, che siamo capaci di amare. Stanotte non c’è che la tua ombra che resiste al fuoco, e questa parete bianca. Le spalle sono vuote in queste stagioni senza misura: fa freddo ovunque. Il freddo ha il suono che sento farsi ampio nelle fessure, mentre raccolgo la mano che mi passasti nei capelli, il tempo è come tempo dell’amore, stanco quando arriva. Quando scompari dietro l’angolo che hai costruito chissà dove, le stanze hanno altre stanze, puoi prendere appunti ma ora è necessario dimenticare, poi scriverai appunti di me fermati in qualche nodo della voce Ti saluto, è necessario dimenticare, per chiudere l’assenza. E così poi potremo dire che stiamo andando in un’altra direzione. Il tuo vecchio impermeabile è un vuoto che frana questa notte, chi sono gli angeli adesso? Chi sono i peccatori? Accarezzami la ruga che ho sulla fronte. -Ti ho lasciato qualcosa di me a ricordarti dallo specchio che siamo st qui - Siamo stati qui. - e che sono sempre un altro che non riesco più a ricordare.
domenica 8 giugno 2025
Ciao domenica
Una cosa l’ho certamente capita: il tempo è un bastardo falso e crudele, ci imbroglia dandoci impressioni false su di sè, lasciandoci credere che si è concesso molto o molto poco e facendoci prendere cantonate tremende. Io penso che per camminarci dentro sia necessario recuperare una nostra misura, attenta e seria, una capacità di valutare senza fasi sentimentalismi i nostri giorni ma ciò che conta veramente sono gli interlocutori. Vanno cercati per tutta la vita perché un tempo vuoto di stimoli, idee, emozioni, amori non è nella natura umana, noi apparteniamo ad altro, non siamo vegetali con un ciclo prefissato e finito, non siamo solo il tempo QUI e ORA. Siamo trascendenza e se capiamo il gioco del tempo, se esso ci turba è perché la sua dimensione l’abbiamo inventata noi, è relativa (senza scomodare il vecchio Albert), l’assoluto siamo noi con tutto il bene e il male.
Ciao domenica, perchè ti nascondi sempre dietro il sabato? Quando la finirai di prendermi in giro? Dovrei scrivere un post enorme altrimenti dove la metto la mia vita? Ho capito, ho capito, lascio un po’ di cose in giro, rimasugli di me, frammenti che spiegano e poi ti lasciano a mezzo, non dovrebbe essere così ma così è. Non sono più da nessuna parte; questa domenica che domani mi lascerà innamorato deluso si ripresenterà prima o poi.
- Non mi dai un bacio?
- Ti amo
- Io no
- Non importa, non importa mai. Accidenti, perchè non importa mai?
- Mi hai. Mi hai avuta. Non mi avrai mai più. Nessuno mi avrà mai più
- E’ la cosa più bella che tu mi abbia mai detto
- Scrivila allora.
Scritta!
LATIFONDI -
Forse ci siamo ho pensato ieri: il cartello stradale indicava Catania Km. 102, l’orologio le 11 e 05. Due settimane prima stessa zona altro mondo: era la Sicilia della primavera sempre più rara. Quella delle campagne dell’interno tutte verdi, del cielo bizzarro e cangiante, perfettamente intonato al mio umore di quei giorni.
Lungo le rive del fiume Salso file di canne color grigio-verde e margherite, margherite ovunque ad occhieggiare dalle radure e dai grandi campi di grano. Una festa per gli occhi e il naso intasato dai pollini.
Non mi era chiaro il motivo per il quale mi ero fermato al km. 102; andavo di fretta, autostrada vuota, autoradio accesa, testa pesante. La piccola area di sosta mi ha accolto senza sforzo. Sono sceso e mi sono guardato attorno, nessuno…il distributore era a 25 km con il suo caffè e la sua edicola, i panini dai nomi inventati e dal prezzo “favoloso”, ma vuoi mettere la goduria di urinare in libertà all’aria aperta ?
E’ stato a quel punto che senza radio, senza aria condizionata, senza acqua, senza nessuna di quelle simpatiche cose che ci coccolano ogni momento, ho pensato: ci siamo.
Giallo, tutto rigorosamente giallo a perdita d’occhio: sulla destra, controluce, Enna sospesa a 1000 metri sul suo altopiano, davanti sfumata nella caligine l’Etna, la sua immensa V capovolta a dire comando io, controllo io, siete piccoli e inutili.
Per rafforzare il concetto una fumata sulla schiena lato nord a vomitare parte del fuoco interno. Ho girato il volto indietro per farmi toccare dal vento caldo del sud: gli ho detto “ sei di Agrigento cumpari, veru?” ma chiddu mancu marrispunniu. Aveva altro da fare, calcinare la terra, inchiodarla al tempo e non dargli tregua.
Forse 35 gradi? Il mulo un km più in là ne stava sentendo di più ma, in ogni caso, sull’isola è arrivata Lei, e quando arriva meglio guardarla in faccia e tentare un accordo per i 35 di oggi e i quasi 40 di domani.
Ho pensato ai fatti miei e mi è piaciuto, qui non posso raccontarveli per esteso: sono i pensieri di un vecchio ragazzo che ha sperato che la sospensione temporale durasse in eterno. Perché no? Inchiodato al sole come questa terra, i pensieri racchiusi nell’angolo più fresco della testa in attesa del piacere della sera, in attesa di un’altra occasione di un altro carretto colorato.
Stanotte, a Catania, ho deciso di getto, me ne vado a mare sotto la Timpa di Acireale a guardare la luna; un vecchio mi disse una volta che… di sira a’ montagna di focu ci va’ cunta al mari tutti i pinseri di Diu. E io là sarò, attentissimo a non perdere manco una parola. Questa idea mi piace e sorrido ai latifondi che mi guardano attoniti: poggio la mano sulla portiera… e mi scotto, la lamiera è già bollente.
Fine della sosta, al distributore di Sacchitello un caffè e per favore…aria condizionata.
Per Valeria
Io non ho paura di me stesso ma ho rimpianti per quello che ho trascurato e lasciato andare con noncuranza, Mia madre ha 92 anni e non è più lei, mamma adesso è una figura evanescente ma quando era la professoressa di italiano e latino non mi ha mai dato la sensazione di una custode arcigna…discorsiva, seria ma aperta questo era. C’è un’eco Valeria, ed è sempre più forte ma non mi racconta estraneità tra quel che ero e quel che sono, descrive semmai un percorso e un territorio vasto nel quale di certe parti posso conservare solo un ricordo poichè tornarvi non è possibile. La scrittura mi è sempre servita a questo: non dimenticarmi di me nel bene e nel male e così è saltato fuori che sono sempre lo stesso. Dentro sono uguale fuori che importa? Dentro sono alieno e inadeguato al mondo che mi circonda ma fuori è un massacro, la mia armonia è solo qui raccolta in alcune parti della mia sintassi.
E’ vero sono un figlio “unico” e questo non mi ha mai aiutato in nulla.
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