sabato 16 novembre 2024

LA CAUSA VERA -

Vorrei dire “sembra incredibile” ma non posso perchè è credibilissimo. Sono in fase di sopravvivenza e l’ho affidata a questo spazio: no, non tutta ma in buona parte sì. Guardando fuori da qui verso il golfo aperto della mia città la cosa che mi viene più facile da pensare è un’estate infinita, stile vecchi tempi. Dilatata e sensuale ma lenta, lentissima, piena di me e della mia vita, dei miei segni e dei miei stupidi assiomi. E’ esattamente ciò che voglio, l’unica cosa che comprendo. Non è amore, è l’orgasmo che viene dopo e che nessuno vuole gestire perchè è meno romantico. 
Aspettare, è ciò che dovrei fare in questo periodo di presunte agonie e inevitabili condoglianze. Non so farlo, non nel modo tradizionale: io aspetto superando le mie emozioni per vederle da un’altra prospettiva. La causa vera è questa, avrà un senso finchè ci sarà la spinta mia personale e dentro le voci che ho iniziato a frequentare in rete. Ho un istinto maledetto e analitico che mi porta via e mi disperde in mille rivoli mentali e in mille attenzioni ineludibili: sembrano tutte fondamentali quasi che tralasciarle significhi, ipso facto, perderle per sempre. Non è così che va il mondo, a volte ritornano più vere e definite di prima, altre scompaiono nell’acqua indistinta dove non è possibile dare loro adeguata sepoltura. In questo caso aspetto: mi dico che ho ancora tempo davanti, lungo e aperto quanto quello già lasciato alle spalle.
Si vive di incredibili menzogne. Oppure si muore.

venerdì 15 novembre 2024

Apro le ali

Non so più scrivere mi dico a volte. Guardo smarrito la tastiera e mi affido al foglio e alla penna. Crollo la testa e mi allontano col pensiero da tutto: la stupidità di vivere arriva subito dopo con i suoi banchetti di roba usata. Mi dice guarda, tocca, compra e, soprattutto fai in fretta, domani non ci sono più, domani non esiste. Non c'è riuscita finora. Non compro nulla ma annuso tutto. Apro le ali che non ricordavo di avere, il fruscio dell'aria sotto di me è una poesia che mi porta via. Non è vero che non so più scrivere. Scrivo per questo. La mia vita assomiglia sempre più ad un uscio stretto, un accesso quasi nascosto e impersonale. Oltre quel piccolo varco c’è il mio mondo, lo spazio perenne dentro il quale vive la mia libertà. Bella e splendente come nessuna parola potrà mai dire. E’ la dimensione in cui vorrei restare ed è finora il mio cruccio continuo. Chiudo la porta dietro le mie spalle e di quel benessere resta solo per qualche breve periodo l’eco sempre più lontana.

giovedì 14 novembre 2024

LENTIGGINI -

Non mi liberai ieri
dello scandalo d’esistere.
Non lo farò nemmeno oggi
preferendo la leggerezza di
pensare
ai giorni in cui pesavo
poco
e il viso avevo di lentiggini
pieno
come di papaveri in estate un
campo di grano.
Quel che fui mi trasfigura
ogni giorno,
quel che sono non riesce nemmeno
ad ingannarmi.

martedì 12 novembre 2024

VIA FESTA DEL PERDONO -

Ho frequentato le scuole inferiori che ero nell’Italia del primo 900: quella dei bambini ordinati in fila, con i grembiuli tutti uguali, gli occhi grandi spalancati sul futuro immediato. Sono entrato alle scuole superiori che erano trascorsi, in due anni, due secoli: i grembiuli strappati, i banchi ordinati in semicerchio, la carta dei libri usata per rollarsi spinelli, gli occhi a spillo a temere il futuro. 
Per un po’ di tempo ho cercato di capirci qualcosa, ho frugato nella spazzatura con l’idea di averci buttato dentro momenti indispensabili… non ho fatto in tempo, i bidoni li hanno portati via prima, si potrebbe dire senza dubbio che la mia è stata una generazione di “bidonati”; io stesso ho trascorso metà della mia esistenza a recuperare me stesso. 
Quando entrai al primo anno di ginnasio, il mio liceo milanese era bianco e il preside non salutava nessuno. L’aria era fredda al mattino e spesso odorava di nebbia, io semplicemente non ero, non ero niente di definito, Enzo era soltanto la sua inquietudine, il suo accento, il suo modo di parlare e scrivere. Anche allora demandavo all’esterno una versione riveduta e corretta del mio intimo, ma a ben vedere era un atteggiamento scontato, quasi obbligatorio direi. Io fui un giorno ormai lontano su un’altra sponda, ma ci stavo male, c’erano alcune cose che mi suonavano storte comunque le girassi. Finchè una sera lo dissi ed era un’assemblea studentesca e mi coprirono d’insulti e poi, fuori dall’aula, i democratici, i custodi della libertà mi riempirono di botte dandomi dello sporco fascista. Erano gli anni in cui “Uccidere un fascista non era un reato” e ora è trascorso molto tempo ma non basta. L’aria è la stessa: nei settori giovanili di questa società la violenza paga ancora e i ragazzi si fanno indottrinare bene per crocifiggere l’avversario ed annullarlo, tanto c’è sempre un valido e nobile motivo per farlo. Ho ancora negli occhi i giorni trascorsi in Via Festa del Perdono, una strada che fronteggia la facciata dell’università Statale di Milano; in pieno centro, a breve distanza da Piazza Duomo e dalla Galleria. 
Via Festa del Perdono è stata per 3 anni la mia casa, poi nel 1973 sono emigrato. E’ anche il luogo della nascita del mio sogno sociale più grande e del suo più feroce ridimensionamento.


Dimmi che non è stato poi
male,
non tanto, per noi che abbiamo
sconfessato le regole
del gioco.
Conficcami nel cuore il chiodo
del mio eskimo
fai che il mio sangue fluisca
al ritmo dei miei capelli che
ondeggiano lungo la
strada.
Giurami che averci provato
basta a ricordarci
che fummo vivi
e sbagliati.
Chiudimi gli occhi
apri il mio sguardo
al ghigno beffardo di
non esserci riusciti.
Io ben ricordo l’ideologia
Il bisturi affilato che
separò le scene della mia
vita
e tu dimmi che non è stato poi
male.

domenica 10 novembre 2024

TRAZZERE A MARE - S. Maria la Scala

Da qui, ad un paio di metri dall’acqua, i particolari si vedono bene. Cammino un po’, mi guardo in giro, il bar è aperto, la vecchia che ha il banchetto di frutta e verdura sta chiacchierando con una come lei: sottana grigia e sciarpona di lana grossa. Un caffè? Ma sì, me lo faccio anche se è il secondo della giornata, l’aria di mare mi ha svegliato del tutto. Queste lave a colonna sono proprio uno spettacolo… “un’immensa colata lavica che nel 1669 arrivò fino al mare e, raffreddandosi, diede origine a questa immensa muraglia alta anche 80 metri sull’acqua, le strutture di basalto lavico qui rappresentate sono uniche per forma e dimensioni per la loro peculiare disposizione colonnare…” Sarà, ma io non riesco a dimenticare la prima impressione: nero dentro l’azzurro e una particolare trasparenza cinestrina del mare, un colore grigio verde che sfuma in un rosa confetto là dove le alghe hanno dipinto il loro margine. 
Il caffè è buono, il tizio che me lo ha servito fuma distratto e le due vecchie, per strada, continuano le loro chiacchere: a S. Maria la Scala stamattina non c’è quasi nessuno e non si fa quasi niente. Perfetto. Riordinare i pensieri? Impossibile, troppa fatica e io sono pigro, molto pigro, al punto che vorrei che queste righe si scrivessero da sole e raccontassero di come la nostra vita è plasmata dal grembo naturale che ci accoglie dalla nascita, dai seni che ci allattano bambini, dal pane e dall’olio col pomodoro, dal profumo di basilico e dall’accento del dialetto che ascoltiamo quando ancora abbiamo strada davanti. Quattro passi fra il piccolo molo e gli scogli neri, una trazzera di’ mari da queste parti una creuza de ma’ mille chilometri più a nord… 
La musica e l’arte che sono amore e passione li fanno coagulare assieme, diventano il medesimo sentiero, la stessa placida prospettiva. Tutto questo non cambia una riga della mia vita, della mia pigrizia sostanziale; nel mio sud c’è un altro mezzogiorno, un altro alito tiepido da cui non riesco a staccarmi…nonostante la giacca e la cravatta. Nonostante la lingua italiana. Ho scritto, ho scritto di nuovo, la colpa è vostra blogger maledetti, teste pensanti variegate, sirene pronte ad assistere al prossimo naufragio.