giovedì 23 aprile 2020

MIMMO PENSO CHE UN SOGNO COSI' -

La personalità sociale e civile del sindaco di Riace ha almeno due aspetti contrapposti: il primo è quello dell'idealista convinto, colui che con un volo d'ali passa oltre le pastoie, le leggi, le competenze tipiche della legislazione italiana e dà voce alla umana solidarietà contro tutto e tutti. Il secondo è quello che vien fuori da un anno di intercettazioni di polizia e guardia di Finanza. Un uomo interessato al commercio e ai soldi, disposto a qualsiasi illegalità amministrativa pur di raggiungere il suo scopo, permettere cioè con maggiore facilità l'ingresso e lo stabilirsi di clandestini sul suolo italiano. Anche i termini e il vocabolario usato nelle intercettazioni, le sue valutazioni su donne uomini e situazioni appare totalmente diverso dall'aulica lettera consegnata alla stampa dopo la sua messa in stato di accusa. Mimmo Lucano sindaco del comune calabrese di Riace di questa specie di Repubblica italiana ad interim ha compiuto vari reati e fino a prova contraria l'immigrazione in uno stato in condizioni di clandestinità è un reato. Lo è ovunque e da sempre. Non vedo cosa vi sia da controbattere a meno che non si voglia affrontare il problema da quell'ottica che per anni ha permesso capovolgendo leggi, logica e valori, di raggiungere la attuale situazione: quasi Ottocentomila clandestini sul territorio nazionale, quasi tutti anonimi e senza mezzi di sostentamento. In un contesto di questo tipo Lucano evidentemente può salire sugli altari come novello Messia in un paese di pagani, peccato che sia capitato in un momento storico che soffia in direzione contraria alla sua ideologia altrimenti il suo esempio di "sindaco a modo mio" avrebbe fatto proseliti e il nostro paese, il sud in particolare, sarebbe diventato ancora più simile a certi territori mediorientali o subtropicali cui già somiglia in modo preoccupante. Quando il reato viene compiuto da chi è preposto al rispetto delle leggi esso è ancora più grave, vale per Lucano come per i carabinieri che hanno finito a botte Cucchi dopo il suo arresto. Vale per tutti e non può certo essere una lettera-proclama pubblicata dalla stampa amica o da una blogger sorella in ideologia a capovolgere il diritto. Il post che vi invito a leggere è un capolavoro di retorica concettuale e sintattica; la sintassi è copiata pari pari dalle centinaia di testi apparsi in questi mesi su stampa, social e affini "Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie. Dove non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio" " Oggi, in questo luogo di frontiera, in questo piccolo paese del Sud italiano, terra di sofferenza, speranza e resistenza, vivremo un giorno che sarà destinato a passare alla storia" "Il cielo attraversato da tante nuvole scure, gli stessi colori, la stessa onda nera che attraversa i cieli d’Europa, che non fanno più intravedere gli orizzonti indescrivibili di vette e di abissi, di terre, di dolori e di croci, di crudeltà di nuove barbarie fasciste" E' evidente che si tratti di una scrittura posticcia, un modo più elegante e letterario di trascrivere slogan radical chic sperando di farli diventare patrimonio comune di chiunque legga perchè questa lettera non è una difesa ma un manifesto elettorale in perfetto stile solidale marxista stilato col principio che la miglior difesa è l'attacco. Lucano non nega le sue responsabilità da pubblico ufficiale, le esalta, ne fa criterio ammirabile chiede l'applauso e l'abbraccio... siamo tutti più buoni e in lacrime dopo averlo ascoltato. "Qui, in quell’orizzonte, i popoli ci sono. E con le loro sofferenze, lotte e conquiste. Tra le piccole grandi cose del quotidiano, i fatti si intersecano con gli avvenimenti politici, i cruciali problemi di sempre alle rinnovate minacce di espulsione, agli attentati, alla morte e alla repressione. La storia siamo noi. Con le nostre scelte, le nostre convinzioni, i nostri errori, i nostri ideali, le nostre speranze di giustizia che nessuno potrà mai sopprimere. Verrà un giorno in cui ci sarà più rispetto dei diritti umani, più pace che guerre, più uguaglianza, più libertà che barbarie. Dove non ci saranno più persone che viaggiano in business class ed altre ammassate come merci umane provenienti da porti coloniali con le mani aggrappate alle onde nei mari dell’odio." C'è persino il richiamo al buon De Gregori e alla musica cantautorale italiana di gran livello che da 60 anni in qua in Italia è sempre stata a sinistra o a sinistra della sinistra. La musica eleva (la canzone di De Gregori è veramente bella) placa, accomuna. La musica anche lei si prostituisce a concetti che non le sono propri in questo caso ma tantè... Poi la lettera si avvia alla conclusione tra bagliori di luce eterna che tagliano la scena donandole quel tanto di epico che mancava, al suo interno sulla scena si erge lui, l'eroe che non vuole essere chiamato tale, l'uomo che cade in piedi perchè alla fine bandiera rossa trionferà "Vi porterò per tanto tempo nel cuore. Non dobbiamo tirarci indietro, se siamo uniti e restiamo umani, potremo accarezzare il sogno dell’utopia sociale. Vi auguro di avere il coraggio di restare soli e l’ardimento di restare insieme, sotto gli stessi ideali. Di poter essere disubbidienti ogni qual volta si ricevono ordini che umiliano la nostra coscienza. Di meritare che ci chiamino ribelli, come quelli che si rifiutano di dimenticare nei tempi delle amnesie obbligatorie" Sono sincero questa lettera sembra il post di uno dei tanti blogger che oggi si sono accomodati in una tendenza che non è solo sociale e storica ( anche se di storia costoro nulla sanno) ma anche letteraria tra virgolette, con una terminologia, un ritmo e una concettualità che rende questo testo la fotocopia di molti altri ovunque in rete. Io dico le cose che penso e come le penso: non è vero che la sintassi non conti, conta molto e se sai scrivere idee sbagliate nel modo giusto entrano meglio e non hanno quel sapore di deja vu insopportabile che aleggia nel testo di Mimmo Lucano. La lettera fa pena. Nell’articolo comparso sulla stampa vi sono poi due foto: una risale al periodo prebellico (anni 20 -30) l'altra ai primi anni 60 quelli del miracolo economico (la stazione centrale di Milano la conosco a memoria). Le foto mi danno lo spunto per confutare una menzogna colossale che viene da tempo propugnata da tutti coloro che la pensano come Lucano. La bugia è che questi migranti siano la riedizione etnica delle migrazioni primo novecento degli italiani. NON E' VERO! I nostri migranti erano tutti in possesso di una identità precisa nero su bianco; partivano per continenti enormi e in gran parte vuoti (vedi Argentina) in cui il lavoro era a portato di mano e esteso a qualsiasi categoria (anche se molti diventarono braccianti e contadini). In molti casi prima di essere ammessi ai nuovi stati ospitanti furono lasciati in quarantena per lunghi periodi (Ellis Island a New York per es.) e mai si videro invasioni incontrollate e senza alcun senso nè storico nè civico - organizzativo come quelle di questi ultimi 10 anni. I nostri emigranti lavoravano!!! Produssero ricchezza nei paesi di arrivo, soffrirono ma si integrarono anche ai massimi livelli, non furono tutte rose e fiori, io non dimentico la questione della mafia italo americana et similia ma equiparare le ondate migratorie di mediorientali e africani, la palese strategia affaristica che c'è alla base delle ONG (simile in tutto e per tutto alle navi negriere del XVIII secolo) è da sciagurati o peggio. Le migrazioni degli italiani furono una cosa, anche nei primi anni 50-60, quelle di oggi tutt'altra. Dobbiamo finirla di raccontare frottole ad uso e consumo di elitari utopisti dalla lingua melensa ma furba. Lucano dice cose che hanno un senso contrario a quello che lui ha fatto. Imparate a ragionare, studiate prima di commentare, non cercate sempre l'alibi del fascismo per scrivere sciocchezze in quantità industriale. Non fate di nani giganti dai piedi di argilla.

lunedì 20 aprile 2020

CANTI BAROCCHI -

La grande villa era già sparita da più di ventanni. Le bombe made in USA avevano artigliato anche la zona residenziale di viale della Libertà ma gli inquilini se ne erano andati da molto tempo. La contessa Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangieri di Cutò non avrebbe potuto vivere con la dignità che le competeva in quella Palermo del primo novecento dopo essere stata abbandonata dal marito Giuseppe per una giovane e procace ballerina; lui era fuggito a Sanremo ma la contessa era rimasta a illanguidire tra i ricordi e le angustie di una società in cui lo sfacelo iniziato con l'unità d'Italia e la fine dei Borboni rendeva sempre più lontana la luce che era stata dei Gattopardi di un tempo. 
Aveva più volte confidato alla sorella Beatrice che per lei gli spazi vitali diventavano sempre più angusti e che non intendeva crescere i tre figli in quella condizione. Beatrice le ricordava che per gente come loro (era la madre dello scrittore Tomasi principe di Lampedusa) la città, per quanto degradata, restava pur sempre l'unico luogo in cui abitare...a meno che non ci fosse l'alternativa anche economica di migrare in altri luoghi dell'Europa che contava. I tre figli erano una cerchia protettiva, un patrimonio, l'unico, che esulava da tutto il resto. Lucio era il minore, timido e introverso coltivava già da allora molti interessi letterari e musicali: le sue pagelle al liceo Garibaldi parlavano chiaro, i voti altissimi (molto rari a quei tempi) in greco e latino erano testimonianza di un intelletto avido di conoscenza e lucido nella sua capacità espressiva. Ma era il carattere a limitarne gli effetti e forse anche una certa sudditanza psicologica verso la madre, sudditanza terminata solo con la morte di lei. L'ambiente sociale della nobiltà palermitana di quegli anni era ridotto come numero ma elevato nei suoi interessi, Il circolo Bellini possedeva un tenore culturale di grande spessore e l'adolescente Lucio vi era già conosciuto come "il musicista filosofo". Il circolo aveva tra i suoi frequentatori anche Tomasi che spesso si divertiva a prendere in giro il cugino che certamente era un pedantissimo e ricercatissimo compositore e il Tomasi amava schernirlo con la frase " mio cugino compone una biscroma al giorno". In Sicilia l'elitarismo si pasce dell'apparente mediocrità umana circostante, ma è un'illusione fascinosa, la letteratura dei siciliani è sempre stata europea perchè "europee" e vaste sono sempre state le loro biblioteche. Ma niente potrà mai spiegare la cifra esistenziale della famiglia Piccolo che agli inizi degli anni 30 decise di "sparire" dal mondo cittadino e esiliarsi nella villa di campagna di Capo D'Orlando. Lucio a quell'epoca aveva 31 anni. Se esiste uno stereotipo sulla Sicilia quello gattopardesco è senza dubbio il più "nobile" e ricercato, è anche il più sciocco e inadeguato; la Sicilia colta e profonda è sempre vissuta lontano dai salotti e dalle ricercatezze formali. Tomasi, cugino di Lucio, ebbe una gran fama postuma per il romanzo che incastonava in un diadema perfetto la vita e l'amore, la storia e la politica, il fisico e il metafisico, una gloria inutile per l'autore e giunta in ritardo. Molte delle pagine del Gattopardo, furono riviste e completate a Villa Piccolo, si vociferò a lungo di alcuni asprezze tra i due cugini nate da contese letterarie. Il romanzo di Lampedusa nasceva al sole infuocato e assorto di un meridione antico, la poetica di Lucio Piccolo invece viveva nella penombra di una sera incipiente o di un'alba sospesa. Lucio è ancora un poeta clandestino, le sue opere viaggiano tra le mani di pochi, la sua scrittura è lontana anni luce dalle frodi editoriali e commerciali. Che importa? Gli anni dell'adolescenza e della gioventù a immergersi nel grande fiume della cultura e letteratura europea, un istinto precoce e onnivoro verso l'espressione letteraria. Poi il silenzio...la natura come unica interlocutrice e il grande abbraccio della solitudine. Ancora una volta mi rendo conto di quanto io sia inappropriato a svolgere recensioni letterarie in senso stretto, quanto sia incapace a sovrapporre la mia voce a quella di un altro: 
«I giorni della luce fragile, i giorni / che restarono presi ad uno scrollo / fresco di rami… / oh non li ri­chiamare, non li muovere, / anche il soffio più timido è violenza / che li frastorna… ». 
“La casa era quieta, il resto del mondo lontanissimo. Fu così che mi resi conto come per villa Piccolo passasse un meridiano come a Greenwich il meridiano della solitudine “. Ebbe a scrivere qualcuno sul mondo della villa. 
" Se noi siamo figure di specchio che un soffio conduce senza spessore né suono pure il mondo dintorno non è fermo ma scorrente parete dipinta, ingannevole gioco, equivoco d’ombre e barbagli, di forme che chiamano e negano un senso – simile all’interno schermo, al turbinio che ci prende se gli occhi chiudiamo, perenne vorticare in frantumi veloci, riflessi, barlumi di vita o di sogno – e noi trascorriamo inerti spoglie d’attimo in attimo, di flutto in flutto senza che ci fermi il giorno che sale o la luce che squadra le cose". Da Gioco a nascondere. 
Infine andare a Villa Piccolo, da soli e senza altri interlocutori che non la propria coscienza e sensibilità, andarvi e rileggere «Così prendi il cammino del monte: quando non / sia giornata che tiri tramontana ai naviganti, / ma dall’opposta banda dove i monti s’oscurano in gola / e sono venendo il tempo le pasque di granato e d’argento…». Da Plumelia. 
Poichè il Sud sta stretto dentro i normali abiti letterari e la cifra interpretativa può nascere solo dalla comprensione intima della sua terra.